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Sette ragazzi su dieci molestati in rete. Ecco come uscirne

Aumentati i casi durante il lockdown. Per offrire una risposta, si terrà una manifestazione con i campioni olimpici presso il “Centro sportivo della polizia di Stato”, a Roma. A colloquio con Michele Grillo, vicepresidente dell'Osservatorio nazionale Bullismo e Disagio giovanile


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di Agnese Pellegrini

Il suicidio è oggi la seconda causa di morte tra gli adolescenti. Un fenomeno dilagante, acutizzato dalla pandemia, quando i ragazzi si sono trovati spesso da soli, con il proprio computer, e sono letteralmente… caduti nella Rete. Dove il pericolo si amplifica: «Oltre il 90% degli adolescenti ha dichiarato di sentirsi solo, con un aumento del 10% rispetto al 2019», spiega Michele Grillo, vicepresidente dell’ Osservatorio nazionale Bullismo e Disagio giovanile, a margine della prima edizione della manifestazione “Un calcio per la legalità”, il 15 settembre a Roma. La minaccia più temuta? «Per 7 ragazzi su 10, il cyberbullismo e il revenge porn». Una soluzione, però, esiste. Merito anche della Polizia di Stato che, insieme a numerosi enti e istituzioni, promuove e coordina l’ Osservatorio nazionale.

Bullismo e cyberbullismo: di che cosa parliamo?

«Di un fenomeno molto grave. Basti pensare che sono passati pochissimi giorni dalla “Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio giovanile”, che rappresenta la seconda causa di morte tra i ragazzi tra 15 e 25 anni. All’ ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, durante la pandemia, i tentativi di suicidio e gli atti autolesionistici gravi sono aumentati di 20 volte. Per questo, l'Osservatorio nazionale Bullismo e Disagio giovanile, ormai da 10 anni, incontra ragazzi, studenti e sportivi per informare e fare attività di prevenzione. Il 65% di tutte le nostre consulenze neuropsichiatriche tra i 12 e 18 anni riguarda proprio l’ ideazione del suicidio e di atti autolesionistici (nel 2019 erano invece il 39%). In generale, per capire la gravità del fenomeno, ricordiamo che i ricoveri pediatrici in neuropsichiatria per atti autolesivi (soprattutto lesioni profonde da taglio) sono aumentati dal 29% (nel 2019) al 52% (primo semestre 2021)».

Come si manifesta il disagio?

«Interessa otto ragazzi su dieci, e si manifesta con depressione, irritabilità, apatia, solitudine e senso di isolamento, ma anche abuso di alcol e sostanze stupefacenti, disturbi alimentari, incomprensioni familiari, e appunto autolesionismo e comportamenti suicidari».

Il bullismo tra i giovani è sempre esistito… in che cosa quello odierno è diverso?

«Nell'era tecnologica attuale, il cyberbullismo è ciò che fa paura ai nostri giovani: Il 60% dei ragazzi dichiara di non sentirsi al sicuro sul web e sono soprattutto le ragazze ad avere più paura. Questi i dati che ci arrivano e che non sono rassicuranti: gli adolescenti sono spaventati dalla possibilità della perdita della propria privacy, dal revenge porn, dal rischio di adescamento da parte di malintenzionati, dallo stalking e dalle molestie online».

Come il lockdown ha peggiorato la situazione?

«Nell’ anno del Covid-19,  oltre il 90% degli adolescenti ha dichiarato di sentirsi solo, con un aumento del 10% rispetto al 2019. Il 50% di loro, addirittura, ha affermato di provare solitudine “molto spesso”».

Che cosa fa il vostro Osservatorio?

«L’ obiettivo che ci prefiggiamo è quello di favorire la formazione di un giovane, che da adulto troverà in sé la forza per non essere sconfitto dalla vita, per non fondare la ragione del proprio vivere sull’ avere, ma sull’ essere. Le nostre campagne di prevenzione arrivano attraverso lo sport con i nostri campioni olimpici, attraverso gli incontri realizzati online o direttamente nelle scuole e nei teatri delle città più importanti d’ Italia, ma anche canali social e web. Progetti concreti che vogliono coinvolgere i ragazzi, arrivare al cuore prima che alla mente».

 

Revenge porn, sextorsion, sexting: come vengono adescati i ragazzi?

«L’ adescatore in rete effettua ripetuti contatti con la vittima che sceglie, studiandola bene prima di stabilire un contatto. Quindi, condivide all’ inizio interessi comuni come ad esempio musica, attori preferiti, hobby… e si mostra premuroso e attento ascoltatore, getta le basi per cogliere il maggior numero di informazioni possibili e, dopo aver stabilito i primi contatti in chat-room o social network, cerca di capire a quale livello di “privacy” si sta svolgendo la conversazione con il bambino o l’ adolescente. Alcune delle domande che rivolge potrebbero quindi essere dove è situato il computer in casa, se i genitori sono presenti, se sta utilizzando il proprio smartphone o tablet e così via. Prova con diverse vittime fino a scegliere quelle che meglio si prestano alle sue esigenze e poi si spinge oltre, usando certamente un’ identità falsa. Questa modalità di approccio è possibile perché i genitori sono spesso assenti e perché gli adolescenti passano troppo tempo connessi».

 

Come può un genitore accorgersi che il proprio figlio è “caduto nella rete”?

«I genitori debbono capire i primi segnali attraverso la comunicazione con i figli, anche se potrebbe non essere sufficiente. I ragazzi potrebbero sentirsi troppo colpevoli per aprirsi, o non rendersi conto di essere vittime di un abuso. Allora bisogna intuire il problema attraverso i loro comportamenti come ad esempio l’ uso eccessivo del computer o dello smartphone, fino a tarda notte e in modo nascosto, minimizzando, o cambiando pagina rapidamente quando si viene scoperti. Sono sicuramente più nervosi e aggressivi quando non possono connettersi, e si isolano spesso. La vita “reale” perde importanza. Fondamentale, poi, è osservare se poi i ragazzi ricevono regali, come vestiti o accessori…».

 

E come se ne esce?

«Il percorso è lungo, ovviamente è più facile se il fenomeno viene intercettato all’ inizio. Occorre capire che la dipendenza dalla rete va trattata come una vera e propria patologia, facendosi aiutare anche da professionisti. Sicuramente lo sport è uno strumento di aiuto incredibile ed è proprio per questo che l’ Osservatorio porta sempre con sé i suoi campioni. La pratica sportiva impegna il giovane, lo stimola e occupa tempo, crea relazioni vere e lo stimola alla vita reale».

Il 15 settembre promuovete una manifestazione con tornei e campioni dello sport. Perché?

«Il messaggio che portiamo non è solo per i ragazzi ma, in questa fase, è rivolto a tutte le istituzioni e a tutte quelle persone che hanno capito quanto sia grave il problema. Come Osservatorio, sappiamo che da soli non possiamo risolvere nulla, per questo vogliamo fare rete per portare esempi positivi ai giovani, esempi di percorsi sportivi e di successo che tanto piacciono a tutti. Il campione è il modello ideale, perché segue regole ferree, ha autostima e grandi obiettivi, si prodiga con sacrificio e abnegazione… Non è Superman, ma un giovane come loro, che ha chiesto alla vita - e quindi allo sport - un confronto con sé stesso. Ecco, dobbiamo raccontare queste storie semplici ma di successo per stimolare al confronto con la vita, perché il campione dopo tutto non è altro che un ragazzo che ha lottato per crescere».

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