Messico, il Papa ai detenuti: «Non siate prigionieri del passato, Dio vi fa nuovi»

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L’ Istituto di rieducazione Cereso 3 di Ciudad Juarez, uno dei più grandi del Paese. Lì ci sono circa tremila detenuti. Mercoledì 17 febbraio, nel cortile ne sono stati radunati 700: papa Francesco ne ha salutati una cinquantina. Una ragazza ha portato la sua sofferta testimonianza. Nella cappella si è svolta una preghiera comune, durante la quale il Pontefice ha regalato un Crocifisso di cristallo, a lui i ragazzi del penitenziario ne hanno donato uno di legno. A chi è recluso, il Papa ha ricordato che serve rompere i giri «viziosi della violenza e della delinquenza», che «non c’ è luogo dove la sua misericordia non possa giungere, non c’ è spazio né persona che non essa non possa toccare». Tutti hanno possibilità di redimersi, . Francesco sottolinea che «ci siamo dimenticati di concentrarci su quella che realmente dev’ essere la nostra preoccupazione: la vita delle persone, quella delle loro famiglie, quella di coloro che pure hanno sofferto a causa di questo giro vizioso della violenza». Le carceri sono spesso un buco nero della nostra società, fa capire Francesco: «La misericordia divina ci ricorda che le carceri sono un sintomo di come stiamo come società, in molti casi sono un sintomo di silenzi e omissioni provocate dalla cultura dello scarto. Sono un sintomo di una cultura che ha smesso di scommettere sulla vita; di una società che è andata abbandonando i suoi figli». Poi una confessione che viene dal cuore del Pontefice:  «Fratelli, mi chiedo sempre entrando in un carcere: 'Perché loro e non io?'. E questo è un mistero della misericordia divina. Ma questa misericordia divina la stiamo celebrando oggi tutti quanti, guardando avanti nella speranza». Abbiamo perso decenni pensando che il problema della sicurezza si risolvesse solo incarcerando,ha infine argomentato il Papa, mentre è necessario prevenire e affrontare le cause strutturali dell'insicurezza: «La misericordia divina ci ricorda che le carceri sono un sintomo di come stiamo nella società, in molti casi sono un sintomo di silenzi e di omissioni che hanno provocato una cultura dello scarto. Sono un sintomo di una cultura che ha smesso di scommettere sulla vita; di una società che, a poco a poco, è andata abbandonando i suoi figli» . Le foto sono delle agenzie Reuters e Ansa. 

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