Il grande libro del Creato
Gianfranco Ravasi

Una lunga carrellata di immagini naturali

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La Sacra Scrittura utilizza spesso esempi che derivano dall'osservazione del creato per proporre insegnamenti religiosi o morali. A volte sferzanti, altre volte delicati e pieni di speranza.

Galileo Galilei nel suo Saggiatore (1623) era convinto che la natura manifesta una ricchezza «nel produrre i suoi effetti con maniere inescogitabili da noi» al punto tale che l’ esperienza stessa scientifica «non basta a supplire alla nostra incapacità» di comprenderla. Nella nostra rubrica quest’ anno abbiamo cercato di mostrare questa «ricchezza » da un altro angolo di visuale, quello biblico, cioè spirituale, poetico, simbolico. In questa puntata vorremmo sfogliare quasi a caso le pagine bibliche per scoprire come immagini naturali sono assunte a segni religiosi o morali, rivelando così l’ attenzione che gli autori sacri riservano al creato.

Apriamo, ad esempio, il Salterio ed ecco, subito nel primo canto, sono in scena da un lato un albero verdeggiante e ricco di frutti lambito da un ruscello e, d’ altro lato, la pula secca che è spazzata via dal vento o che è destinata ad ardere nel mucchio della paglia (Salmo 1; ma la stessa immagine era già in Geremia 17,7-8). Questo contrasto naturale si trasforma in una sorta di parabola morale che contrappone il giusto e il malvagio. Secoli dopo, alle soglie del cristianesimo, l’ autore del Libro della Sapienza, che scrive in greco forse ad Alessandria d’ Egitto, ricama un quadretto analogo puntando solo sull’ empio la cui «speranza è come pula portata dal vento, come schiuma leggera sospinta dalla tempesta, come fumo disperso dal vento » (5,14).

Ma se continuiamo a sfogliare la Bibbia giungendo quasi alle ultime pagine, ecco Giuda (forse l’ apostolo omonimo del traditore o uno dei «fratelli » di Gesù) che sferza così, nella sua Lettera, i falsi maestri che ingannano i cristiani: «nuvole senza pioggia, allontanate dai venti; alberi di fine stagione senza frutto, morti due volte, sradicati; onde selvagge del mare che schiumano sporcizia; astri erranti, votati all’ oscurità delle tenebre eterne» (cc. 12-13). Il contrasto forte tra la freschezza dell’ acqua sorgiva e l’ aridità di un bacino secco, come segni dell’ antitesi tra fede e idolatria, è rafgurato da Geremia con una sola pennellata: «Hanno abbandonato una sorgente d’ acqua viva per scavarsi cisterne piene di crepe che non trattengono l’ acqua» (2,13).

Ci sono, però, tante immagini dolci, se riapriamo di nuovo a caso la Bibbia. È ancora il Salmista a celebrare con tenerezza il desiderio di rimanere nel tempio accanto al Signore: «Anche il passero trova una casa e la rondine il nido dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore» (84,4). Anzi, il fedele ha una sete interiore di Dio da sentirsi come «la cerva che anela ai corsi d’ acqua » (42,2). Ma incontriamo anche altre immagini delicate, adottate per indicare un amore umano. Il Cantico dei Cantici ne è pieno; noi scegliamo solo questo abbozzo del libro dei Proverbi: «Sia benedetta la tua sorgente, trova gioia nella donna della tua giovinezza, cerva amabile, gazzella graziosa» (5,18-19).

E concludiamo con un monito a chi crede di sfuggire al giudizio di Dio sull’ ingiustizia. È il profeta contadino Amos a «dipingere» questo straordinario quadretto: «Ecco un uomo fugge davanti al leone e si imbatte in un orso. Entra in casa, appoggia la mano al muro e un serpente lo morde» (5,19). I perversi, infatti, «si dissolvono come acqua che scorre, inaridiscono come erba calpestata, passano come bava di lumaca che si scioglie, come aborto di donna che non vede il sole» (Salmo 58,8-9).



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