Tomba del Patriarca: la scintilla del jihad

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Betlemme
Dal nostro inviato


Quando centinaia di palestinesi, quasi tutti giovani o giovanissimi, hanno scagliato le loro molotov contro la Tomba del patriarca Giuseppe, figlio di Giacobbe, a Nablus, scatenando le fiamme che hanno quasi distrutto il luogo sacro a cristiani, ebrei e musulmani, si è avuta la prova quasi scientifica che il controllo di Abu Mazen sulla Cisgiordania è ormai posticcio e che è ormai sempre più Hamas a dettare i tempi e i modi di questa intifada che nessuno vuole chiamare intifada eppure lo è.

Non è la prima volta che la Tomba subisce questa sorte. Già nell'ottobre del 2000, ai tempi di un'altra intifada, era stata messa a fuoco dai palestinesi in furia. L'attacco di ieri, peraltro, non è avvenuto di sorpresa: Hamas, da Gaza, alla vigilia del venerdì delle preghiere, aveva incitato i palestinesi a una "giornata della rabbia e della protesta", e la risposta è dunque arrivata puntuale. Abu Mazen ha cercato, come si sarebbe detto una volta, di non farsi "scavalcare a sinistra" yenendo in diretta Tv un discorso non meno duro, con l'unico risultato di sembrare una volta di più gregario e di versare altra benzina sul fuoco.

E' interessante il parallelo con l'intifada e con l'attacco del 2000. Quindici anni fa, il rogo della Tomba del patriarca Giuseppe aveva fatto da prologo a una serie di incidenti a Gerusalemme, presso la Porta del Leone e la spianata delle moschee, da cui le forze dell'ordine e l'esercito di Israele avevano deciso di tenersi lontani per non incrementare gli scontri. Adesso è successo il contrario: gli scontri presso la Spianata delle Moschee a Gerusalemme delle scorse settimane rischiano di innescare altre battaglie per i luoghi cari alle tre religioni. E mentre scrivo queste righe, a Betlemme, presso la Tomba di Rachele e il Muro (o barriera di separazione), sono in corso gli scontri tra i ragazzi palestinesi con le molotov e i sassi e i soldati di Israele a presidio della barriera, in una nube di gas lacrimogeni.

Il che testimonia del fatto che ad alimentare questa terza intifada, oltre ai reciproci rancori, alle frustrazioni dell'uno e dell'altro fronte e all'eterna contesa per la terra, sta giocando un ruolo importante il fattore religioso. Una variabile ben più difficile da controllare della solita, e pur feroce, lotta politica. La domanda è: se l'intifada diventasse jihad? Se la rivolta si trasformasse in guerra santa? Quella "jihad per Gerusalemme" di cui parla Ismail Hanyeh, il primo ministro di Hamas per Gaza? La saldatura tra i Movimenti islamici di Nord e Sud Israele con le frange più dure ed estremiste dei palestinesi di Gaza e dei Territori, proprio in nome di un islam a sua volta sempre più radicale, è ciò che gli israeliani temono di più.

Ed è anche ciò che più temono i palestinesi moderati. Tra quelli in crisi di credibilità e rappresentanza, infatti, c'è anche la Lista Araba Unita, creata all'inizio dell'anno dai partiti arabi entrati in Parlamento per rispondere alla politica oltranzista del Governo Netanyahu. Schiacciata tra l'incudine del richiamo islamista-insurrezionista e l'impossibilità di cambiare la situazione in modo legalitario, la Lista si sta sfrangiando. E anche questo è un rischio grosso.









 



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