Il grande libro del Creato
Gianfranco Ravasi

Sion, monte della pace per tutti i popoli

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Iniziamo una salita ideale sui monti biblici, scoprendone il significato teologico. Partiamo da Sion, luogo per eccellenza della presenza divina a causa del tempio che vi erigerà Salomone

«Addio monti, sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’ aspetto de’ suoi più familiari...». Chi non ricorda queste parole nostalgiche e malinconiche della Lucia dei Promessi sposi (cap. VIII)? La montagna non è solo una componente geografica di un paesaggio, è spesso in tutte le civiltà un simbolo soprattutto di trascendenza, tant’ è vero che uno dei nomi del Dio biblico è ’ El-Shad- daj, che ha alla base la parola accadica shadu, «montagna», da cui «Dio della montagna».

La vetta che perfora il cielo diventa una sorta di anticamera del paradiso: non per nulla spesso sulle cime dei monti sono stati eretti santuari o croci o statue sacre e, nel mondo babilonese, la ziqqurat era una piramide sacra a gradoni che imitava la struttura montuosa sul cui vertice c’ era un tempietto. In questa linea si comprende perché la Bibbia sia popolata di monti dal valore non solo orografico, ma anche teologico. Anche noi ci metteremo in viaggio per ascendere idealmente e di queste sante montagne, tenendo tra le mani non una guida ma quel libretto dei pellegrini che sono i «canti delle ascensioni» (Salmi 120-134): «Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’ aiuto?» (121,1-2).

Il primo monte è, perciò, Sion, la sede del tempio gerosolimitano che la tradizione ha voluto identificare con il Moria, il colle sul quale Abra- mo era salito con il dramma nel cuore, a causa di quell’ ordine implacabile del suo Dio amato e crudele:«Prendi il tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su un monte che ti indicherò» (Genesi 22,2). Ma Sion è per eccellenza il luogo della presenza divina nello spazio, a causa del tempio che vi erigerà il re Salomone che lo dedicherà al Signore con una grandiosa cerimonia e una stupenda preghiera che invitiamo tutti a leggere nel capitolo 8 del Primo Libro dei Re.

È molto suggestiva la definizione del tempio di Sion: è ’ ohel mo‘ed, la «tenda dell’ incontro» tra Dio e Israele e degli israeliti tra loro, riu- niti nell’ assemblea liturgica. E sarà Isaia in una sua pagina memorabile (2,1-5) a descrivere la missione universalistica di questo monte che, ai suoi occhi, si leva più in alto di ogni altra montagna, non per ragioni topografiche, bensì per il suo valore simbolico. Avvolto di luce diventa un punto di riferimento per tutti i popoli della Terra. Da esso, infatti, esce personificata la Parola di Dio che li accoglie in quello spazio sacro. Ed ecco il prodigio: le nazioni lasciano cadere dalle mani le armi; le spade vengono trasformate in vomeri e le lance in falci; non impugneranno più le armi per ingaggiare guerre, dimenticheranno ogni arte militare. Sion è dunque il monte della pace. È contro il volere di Dio che le pietre del monte di Gerusalemme siano state e siano ancora striate di sangue. Anzi, come canta il Salmista, «si dirà di Sion: L’ uno e l’ altro [popolo] in essa sono nati... Il Signore li registrerà nel libro dei popoli: Là costui è nato. E danzando canteranno: Sono in te tutte le mie sorgenti» (Salmo 87,5-7). Gerusalemme è, quindi, la città sul monte verso cui tutti con- vergono e di cui tutti sono cittadini a pieno titolo.



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