Votantonio
Francesco Anfossi

Altro che posto fisso, la bolla di sapone del Jobs Act

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A che punto è il lavoro in Italia? La buona notizia è che negli ultimi quattro mesi abbiamo avuto 559 mila contratti di lavoro in più. A trainare sono i comparti del turismo, del commercio, della ristorazione e delle attività immobiliari. La cattiva notizia è che di questi 415 mila sono a tempo determinato e dunque rinnovabili di anno in anno per tre anni. I dati offerti dall’ Inps confermano il fallimento del Jobs Act nell’ incentivare il posto fisso. L’ illusione che la riforma del lavoro renziana favorisse contratti a tempo indeterminato, abbondantemente sostenuta e diffusa dall’ allora premier Matteo Renzi, si è ormai dissolta come una bolla di sapone. In compenso non abbiamo più l’ articolo 18 e il dipendente può essere licenziato per motivi economici dal datore di lavoro. Ma senza quei benefici che erano stati ampliamente sbandierati, primo tra tutti un maggiore dinamismo del mercato del lavoro e tante nuove assunzioni a tempo indeterminato in più.

Il contratto a tempo determinato - che significa precariato -  è tornato a essere la forma più utilizzata dalle imprese, dopo il boom di posti fissi del 2015. Il motivo è molto semplice: sono finiti gli sgravi contributivi varati per quell'anno nella Manovra, che incentivavano il datore di lavoro ad accedere al cosiddetto contratto a tutele crescenti. Oggi quegli sgravi non ci sono più e quasi sempre l’ imprenditore ha tutto l’ interesse a mantenere un rapporto precario. Finiti gli incentivi si è tornati alla normalità, anzi al precariato. Che significa impossibilità di fare carriera (se ogni anno si viene licenziati) e soprattutto di progettare la propria vita, di metter su famiglia (un mutuo, una casa, una matrimonio, dei figli da mantenere).
Lo stesso presidente dell’ Inps Tito Boeri lo aveva previsto - tre anni fa -  quando parallelamente al contratto a tutele crescenti era stato introdotto il cosiddetto decreto Poletti, che ridefiniva il contratto a tempo determinato. La Cassandra Boeri - nel clima di ottimismo generale diffuso dal Pd e dal governo -  spiegava che il decreto spiazzava le altre forme contrattuali (non solo il contratto a tempo indeterminato, ma anche l’ apprendistato) e faceva un esempio piuttosto indicativo: alla notizia della maternità di una lavoratrice il datore di lavoro – che non è tenuto a indicare le ragioni tecniche, organizzative e produttive della cessazione del rapporto -  può semplicemente non rinnovare il suo contratto e lasciarla a casa per sempre. Fine.

Va da sé che almeno abbiamo messo fine alla retorica della flessibilità, cui siamo stati sottoposti all’ inizio del millennio per giustificare la distruzione del posto fisso e una riforma del lavoro che nemmeno il Centrodestra ha avuto il coraggio di varare. Una retorica che serviva solo ad avvantaggiare i propugnatori del contratto a termine, che assimila il lavoratore più a una merce che a una persona, qualcosa da impiegare e rottamare a seconda delle convenienze della produzione e del mercato. In antitesi totale - sia detto per inciso - con la dottrina sociale della Chiesa.
 

 



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