Rito romano
don Fabio Rosini

XXV domenica del tempo ordinario - 20 settembre

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La sorte benedetta di chi lavora per Dio

Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna». Matteo 20,1-16

«Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Come mai la gente può vivere senza consistenza e nell’ inconcludenza? Tanti giovani con il cambio in “folle”, spingi sul gas ma la macchina resta ferma, tante persone come viti spanate, giri ma non succede niente. Perché? La domanda del padrone della parabola sugli operai nella vigna, sembrerebbe alludere a un rimprovero, lo stesso che troviamo sulla bocca degli operai della prima ora: «Hanno lavorato un’ ora soltanto e… noi … abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo».

Proviamo a leggere con una prospettiva meno fredda questa parabola: “lavorare o non lavorare” è uguale a dire “impegnarsi o no” o non piuttosto “avere di che sfamare i propri ƒgli oppure no”? La fatica del lavoro è un peso, certamente; ma è una fatica che segnala la condizione dignitosa di chi ha qualcosa di cui vivere.

Il dramma della disoccupazione ha due aspetti: quello economico e quello, non meno tragico, della dignità. Quel che fa soffrire un disoccupato non è solo che non può procurarsi di che vivere, ma anche patire l’ umiliazione dell’ inutilità. Vedere che nessuno ha bisogno di me, non servo a nulla. L’ amarezza degli anziani è la percezione di non essere richiesti, che non si abbia necessità di loro.

Avere un lavoro è una cosa grande, è il primo dono di Dio all’ uomo: «Facciamo l’ uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo…» – il verbo “dominare” in realtà, in ebraico, vuol dire “governare, amministrare”. È una dimensione che deriva dalla somiglianza con Dio, è qualcosa di celeste che ci abita dentro, ci nobilita e ci realizza, portandoci a costruire tutto il bene che c’ è. Come mai qualcuno non fa niente? Ecco la risposta dei disoccupati della parabola: «Perché nessuno ci ha presi a giornata ». Alla lettera: “Assunti a salario”.

ANIME SENZA SALARIO.

Il fenomeno di un numero crescente di giovani che non cercano lavoro è la condizione di anime senza salario, senza qualcuno che metta in relazione la fatica con un risultato, con un riscontro, con un’ utilità. È il non senso.

Che sorte benedetta, quella di poter lavorare, faticare, spendersi e stancarsi per qualcosa di valido. Essere presi a lavorare per il migliore dei padroni, che sa dare la paga di un giorno che è oggi, che è il senso della vita, per farci fare cose tanto belle, le Sue opere. San Paolo dice: «Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone» (1Cor 9,16) ossia: servire il Signore non mi dà diritti da accampare ma assolve le mie necessità, mi risolve. Non io servo Lui, quando faccio la sua volontà, ma il contrario.

Ecco il non senso: non conoscere la ricompensa di questo padrone, e restare indeƒniti, aspettando qualcuno che dia la vera ricompensa al nostro cuore.

Questo non è un problema di giustizia. Se qualcuno, nella Chiesa, rimbrotta chi lavora poco per il Signore non ha capito la sua propria sorte benedetta: l’ alternativa è fra la santa fatica della sua volontà e il vuoto.



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