Votantonio
Francesco Anfossi

La scomparsa del centro

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Sul Corriere della Sera Maurizio Ferrera si chiede dove sia finito il centro, definitivamente scomparso con le elezioni in Umbria. Il politologo tratteggia un profilo degli elettori di quest’ area: fanno parte del ceto medio (quello che questo governo ha sostanzialmente falcidiato di tasse), è composta più da giovani che da anziani, solitamente con buoni livelli di istruzione. Insomma, il volano del Paese. Pur cavandosela economicamente i centristi si sentono vulnerabili e fragili, preoccupati di poter perdere lavoro e quindi reddito. Si fidano dell’ Europa e delle istituzioni in generale, non temono gli sbarchi ma vorrebbero “un’ immigrazione meglio gestita” (anche se nessuno vuole un’ immigrazione mal gestita). Questi potenziali elettori politicamente sono ondivaghi, perchè “non sanno chi votare” e continuano a ingrossare il partito delle astensioni. Eppure le formazioni o i raggruppamenti di centro all’ estero non solo esistono ma sono dei pilastri della democrazia parlamentare, come la Cdu tedesca.
 

In Italia invece il centro politico è come il triangolo delle Bermude: chiunque ci finisca dentro scompare, come la costellazione di partitini che l’ ha attraversato dopo la fine della Dc. Il più delle volte il centro, non solo politicamente, è sintomo di moderazione, di democrazia, di buon senso, di soluzione praticabile ai problemi complessi, di dialogo, di sintesi di istanze diverse, poiché raramente le soluzioni stanno agli estremi (“in medio stat virtus” dice l’ antica locuzione latina). Come mai nel nostro Paese non c’ è un’ offerta politica centrista? Eppure un tempo c’ era, con la Democrazia cristiana, ad esempio, ma non solo (pensiamo ai liberali, ai socialdemocratici, ai repubblicani).
Ci sono varie ragioni che hanno portato alla scomparsa del centro. Chi ne ha voluto raccogliere l’ eredità nella Seconda Repubblica ha creduto che prendere opinioni forti significasse tradirne l’ ispirazione. E così abbiamo avuto formazioni politiche deboli di programmi e soprattutto di iniziative, quasi anemici, che di fronte a ogni problema hanno voluto tradurre in pratica una vecchia battuta: "Perché restare fermi se si può rimanere immobili?". Il doroteismo in confronto pareva una pericolosa formazione estremista. 

In realtà essere di centro non significa non avere idee forti, tutt’ altro. C'è un tema più forte della famiglia, argomento squisitamente centrista? Il sistema maggioritario ha fatto il resto, poiché ha imposto per ogni problema di schierarsi di qua o di là, in una corsa alla radicalizzazione che spesso ha fatto la fortuna dei populisti e dei demagoghi. Il resto lo hanno fatto le nuove forme di comunicazione digitale, che impongono slogan al posto di soluzioni complesse, tweet in sostituzione di enunciati, battute invece di ragionamenti, provvedimenti bislacchi  ma ritenuti “decisi”, anche se radicali, a iniziative moderate, mettendo gli elettori di fronte al “di qua” o “di la”. Questa orribile tendenza dicotomica è talmente marcata che chi fa parte dei due schieramenti tende a collocare con la forza nell'altro schieramento chi la pensa diversamente. Non è il "no" o il "si" di ispirazione evangelica. E’ la corsa (bipolare) verso idee estreme, o rosso o nero, che diventa spesso gara a chi la spara più grossa. E in questo bisogna riconoscere che in Italia c’ è un tipetto che non ha rivali.

 
 



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