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Francesco Anfossi - Votantonio

La Repubblica dei Dpcm non è la Repubblica delle banane

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Ultimamente va molto di moda, specie tra le opposizioni, ma non solo, gridare al regime citando una sigla dal sapore quasi esoterico: Dpcm. Che diavolo sono i Dpcm? Forse non tutti ancora conoscono il significato del provvedimento con cui sono state emanate tutte le misure anti-Covid, comprese le più recenti, quelle degli ormai famosi sei invitati a pranzo e del divieto di movida e calcetto. Lo citano tutti, spesso incespicando sulle sue consonanti (Dcpm, Dmcp…) senza sapere cos’ è.

Dpcm è l’ acronimo di Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. Non è una legge, ma un provvedimento amministrativo autonomo, tanto per iniziare. Nella gerarchia delle norme, gioca in serie B. Fino allo scoppio dell’ epidemia lo conoscevano solo i giuristi e gli addetti ai lavori: l’ ultimo riguardava le nomine dei dirigenti di Stato, tanto per intenderci. Insomma, roba da sottogoverno, da iniziative settoriali e specifiche, non certo da provvedimenti di salute pubblica. I tg continuano a ripeterne la sigla, che compare in sovrimpressione, senza però spiegare quasi mai di che si tratta.

In realtà il Dpcm è l’ escamotage con cui quel fine giurista che è Giuseppe Conte riesce a gestire un’ emergenza come quella del Covid, senza troppi ostacoli e scocciature. Trattandosi di un atto amministrativo e non di una legge, il Dpcm non è sottoposto nemmeno alla ratifica del Consiglio dei ministri (come lo è invece un decreto legge o un decreto legislativo) né alla firma del capo dello Stato, tanto meno al voto del Parlamento. Certo deve essere collegato a un decreto che ne fissa limiti e vincoli, e infatti tutti i Dpcm sono incorniciati dentro uno di essi (il decreto “Agosto”, il decreto “Semplificazioni”, il decreto “Io sto a casa” etc.).

Il Dpcm è solo del Presidente, è rapido e veloce, va in vigore dopo la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. L’ ideale per gestire una pandemia. Il paradosso è che pur essendo un atto amministrativo – una norma di serie B, abbiamo detto -  è diventato più famoso e importante di una legge riguardando non più settori specifici ma sessanta milioni di italiani. A questo ha provveduto inevitabilmente anche la comunicazione. Conte infatti ne ha giustamente evidenziato l'importanza annunciando al popolo, in diretta, i vari provvedimenti dopo il telegiornale. La cenerentola giuridica Dpcm ha conquistato le prime pagine dei giornali ed è diventata la principessa delle leggi.

Insomma, un miracolo dovuto alla perizia dell’ avvocato del popolo Giuseppe Conte. A questo punto si capisce perché le opposizioni – e non solo - si lamentano e gridano sommessamente (scusate l’ ossimoro) al regime. Il Parlamento è infatti tagliato fuori e non tocca palla: decide il premier, lui medesimo, naturalmente dopo aver sentito i suoi consulenti. La democrazia è in pericolo? La risposta, realisticamente, è no: il "decreto del Presidente" è solo il modo di emanare provvedimenti urgenti in tempi di guerra, guerra a una pandemia che da febbraio ha mietuto quasi 40 mila vittime e che continua a mordere.

Senza contare che questi atti sono sempre collegati a un decreto che il Parlamento potrebbe far decadere con valore retroattivo entro 60 giorni. Insomma, non è il primo passo verso un regime sudamericano o  una Repubblica delle banane: è un modo giuridico per gestire una decretazione d'urgenza. Tanto è vero che il nostro capo dello Stato, il massimo garante della nostra Costituzione, continua a vigilare con pacatezza senza fare alcun tipo di rilievo. Ma siamo pur certi che interverrebbe al minimo tentativo di forzatura costituzionale. A meno che qualcuno non pensi, come Montesano, Boris Johnson e i "no mask", che imporre l'uso delle mascherine in pubblico e vietare le movide sia un attentato alla libertà personale e non una protezione della vita propria o altrui.

 

 



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