JADA': CONOSCERE

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Questo verbo, nell’ esperienza dell’ antico Vicino Oriente, non si riferisce solo alla dimensione intellettuale della persona, ma anche a quelle affettiva e operativa, compreso l’ atto sessuale

 

«Adamo conobbe (jada‘) Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino… Giuseppe prese con sé la sua sposa e, senza che egli la conoscesse (ghinóskein), ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù». Abbiamo unito due passi biblici molto distanti tra loro: l’ uno ha per protagonisti Adamo ed Eva (Genesi 4,1), e l’ altro Giuseppe e Maria (Matteo 1,24-25). Ma entrambi i testi hanno al centro il verbo «conoscere», in ebraico e in greco, sempre con un’ accezione per noi inattesa, anche se ormai è spiegata in tutti i commentari.

Per la nostra cultura, infatti, il conoscere è innanzitutto un atto di natura intellettuale, che coinvolge mente e pensiero di una persona. Eppure siamo consapevoli che abbiamo diversi canali di conoscenza, oltre a quello razionale: lo è anche quello sensoriale e sperimentale, così come il percorso artistico o l’ innamoramento che trascendono la mera logica formale. Nelle civiltà dell’ antico Vicino Oriente la conoscenza è un’ esperienza globale che coinvolge, in un intreccio inestricabile, tutti quei canali di comprensione dell’ essere e dell’ esistere, alla ricerca dell’ unità profonda della persona umana nel suo pensare, amare, agire.

Ecco, il verbo jada‘ (l’ apostrofo inverso indica una consonante aspirata per noi di difficile pronuncia) – che ricorre ben 1.119 volte nell’ Antico Testamento – copre tutta quella gamma di conoscenze ed esperienze, implicando, certo, un aspetto razionale, ma allargandosi alla volontà che sceglie di penetrare nella realtà per desiderarla, contemplando anche una dimensione affettiva ma pure effettiva e operativa. In questo senso l’ atto sessuale, se alimentato dalla passione e dall’ amore, esprime la pienezza della conoscenza e della relazione tra due persone che diventano «un’ unica carne» (Genesi 2,24).

In questa luce anche l’ applicazione religiosa del verbo ebraico diventa naturale. Mosè si rivolge a Israele esortandolo con questo appello: «Riconosci (jada‘) in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te» (Deuteronomio 8,5). Anzi, la conoscenza divina è una vera e propria vocazione ed elezione, come dice il Signore di Abramo: «Io l’ ho conosciuto (jada‘, di solito esplicitato nelle versioni in «l’ ho scelto»), perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto» (Genesi 18,19).

Il vocabolo acquista, in questa linea, un aspetto specifico: è la definizione della fede nella sua pienezza di adesione vitale e non soltanto cultuale-orante a Dio. Il profeta Osea (VIII sec. a.C.) in un celebre oracolo divino, caro anche a Gesù, mette in parallelo «amore» e «conoscenza»: «Voglio l’ amore e non il sacrificio, la conoscenza (jada‘) di Dio più degli olocausti» (6,6). Si intuisce, allora, il valore di questa definizione che il Salmista fa del vero credente: «Confidano in te quanti conoscono (jada‘) il tuo nome» (Salmo 9,11). Ed è noto che per la Bibbia il nome è la persona stessa, per cui credere è conoscere, cioè amare il Signore.



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