E degli insediamenti non si parla più

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Betlemme
Dal nostro inviato


Nel suo più recente discorso in Parlamento, Benjamin Bibi Netanyahu, primo ministro d'Israele, ha detto della recente ondata di violenze: "Non c'entra l'occupazione, non c'entrano gli insediamenti. La verità è che i palestinesi non vogliono che Israele esista". Che molti palestinesi la pensino così è più che possibile (come è sicuro, d'altra parte, che molti di loro siano ormai rassegnati o disponibili). Ma sostenere che gli insediamenti non siano un problema oggettivo e drammatico per i palestinesi è solo propaganda destinata a blandire i "coloni" (termine che non mi piace e che uso solo per brevità), che sono ormai la spina dorsale delle fortune politiche del premier.

La politica degi insediamenti ebbe inizio nel 1967, dopo la guerra detta dei Sei Giorni. Da allora, Israele ne ha costruiti un centinaio, ai quali se ne aggiunge un'altra dozzina di "spontanei". Secondo la legge internazionale (c'è una serie inifinita di risoluzioni Onu, in proposito, oltre a diversi pronunciamenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e della Corte internazionale di Giustizia), tutti quelli della prima categoria sono illegali (Israele, ovviamente, sostiene il contrario), mentre quelli della seconda categoria sono illegali anche per lo stesso Israele.

Per capire quale sia l'effetto degli insediamenti sui territori palestinesi, basta dare un'occhiata alla mappa qui pubblicata, disegnata dal ministero degli Affari Esteri di Israele: le parti sotto l'esclusivo controllo palestinese sono quelle in colore marrone; quelle bianche sono sotto l'esclusivo controllo pisraeliano; quelle gialle sono a controllo misto. Ma è interessante notare i punti e i tratti azzurri: sono appunto gli insediamenti, che sottraggono terra ai palestinesi, complicano loro i movimenti, spezzano qualunque forma di continuità territoriale e, nei casi estremi fomentano (o subiscono) violenze e scontri tra israeliani e palestinesi.

Le organizzazioni umanitarie israeliane citano decine di casi di sottrazione di terre palestinesi da parte dei coloni, quasi sempre impuniti. E spesso ci pensa lo Stato stesso, nei più diversi modi (ragioni di sicurezza come nella Valle di Cremisan, dove un nuovo tratto della barriera di separazione andrà a insistere sui campi e gli oliveti di 50 famiglia cristiane di Betlemme; o anche solo di salvaguardia del paesaggio e dell'ambiente), a incrementare il processo. Di fatto, a causa anche degli insediamenti, i palestinesi sono oggi ridotti a vivere in una serie di bantustan sempre più divisi uno dall'altro. Il che, checché si pensi del loro modo di agire, è fonte certa di frustrazione ed esasperazione per le persone pacifiche e facile argomento per la propaganda degli estremisti. Chi non ci crede venga da queste parti, faccia anche solo il percorso tra Betlemme e Gerico e mi saprà dire.

Con il suo solito stile polemico, Netanyahu ha detto di  essere il primo ministro di Israele che ha "insediato" il numero minore di coloni in Cisgiordania. Il conto, di solito, viene fatto a partire dal numero delle abitazioni costruite negli insediamenti. Tra il 2009 e il 2014 (gli anni del suo premierato), Netanyahu ha autorizzato ogni anno la costruzione di 1.554 nuove case negli insediamenti, mentre Ariel Sharon ne autorizzò 1.881, Ehud Olmert 1.774 e Ehud Barak, nel suo primo anno da premier (il 2000), addirittura 5 mila (dati ministero israeliano delle Costruzioni). Questo non dimostra tanto che Netanyahu è "buono" (al contrario: nel suo primo mandato da premier, 1996-1999, lui procedette al passo di 3 mila nuove abitazioni l'anno) ma semmai che tutti i premier israeliani, sotto questo punto di vista, si fanno beffe della legalità internazionale.

In realtà, negli anni di Netanyahu, la popolazione degli insediamenti in Cisgiordania è passata da 280 mila a 400 mila persone, grazie soprattutto alla crescita naturale della popolazione: negli insediamenti, popolati soprattutto da ebrei ultraortodossi, il tasso delle nascite è di 5,01 figli per donna, il più alto in Israele. Al secondo posto per fertilità vengono le israeliane della parte Nord del Paese, ma con un più modesto 3,91 figli per donna (dati Ufficio Centrale di Statistica di Israele). Nel 2014, il numero dei coloni in Cisgiordania è cresciuto di 14.200 persone: 2.400 nuovi arrivati e 11.800 nuovi nati.

Ovviamente non è un caso (ma il frutto di una politica precisa, fatta di incoraggiamenti, agevolazioni fiscali, normative...) se così tanti ultraortodossi finiscono a vivere negli insediamenti, dove c'è più bisogno di espandere la popolazione e ribattere alla temuta bomba demografica araba. Così come, forse, non è un caso se Barack Obama e gli Usa, sempre (e giustamente) decisi nel ribadire il diritto di Israele a difendere i propri cittadini, sono molto meno decisi nel difendere i diritti dei palestinesi, di cui pure la Casa Bianca sempre parla: il 15% degli abitanti degli insediamenti ha passaporto americano.

Resta il fatto che ormai, tra Cisgiordania e Gerusalemme Est, vivono negli insediamenti circa 700 mila israeliani. Uno su dieci.





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