Il grande libro del Creato
Gianfranco Ravasi

Il valore spirituale di cibo e bevanda

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Una riflessione sul significato del nutrirsi nella Bibbia, in occasione della solennità del Corpus Domini. Non si tratta solo di una necessità vitale, ma di qualcosa che ha un alto valore simbolico

«Interroga la vecchia terra: ti risponderà sempre col pane e col vino». Così il poeta francese Paul Claudel nel suo famoso dramma L’ Annunzio a Maria esprimeva simbolicamente il frutto costante che la terra offre all’ umanità come cibo. Nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore proporremo proprio questo segno fondamentale, la mensa, il cibo sotto il quale Cristo ha voluto rendere visibile e permanente la sua presenza nella storia.

La dichiarazione «L’ uomo è ciò che mangia» – anche se il filosofo ottocentesco che l’ ha formulata, Ludwig Feuerbach, la intendeva in senso materialistico – contiene in sé una verità umana fondamentale. Il cibo, infatti, non è solo l’ alimento necessario per la sopravvivenza fisica, ma è anche un importante segnale attraverso il quale l’ uomo partecipa al prossimo le sue gioie (pensiamo ai banchetti nuziali, cari anche a Gesù al punto da essere assunti come temi di parabole) e anche il suo dolore, tant’ è vero che in molte culture esistono i pranzi funebri e nella stessa Bibbia si fa cenno al «pane del lutto» (Ezechiele 24,17). L’ aspetto simbolico del cibo – che in ebraico è indicato solitamente come «pane» (lehem), essendo questo l’ ali- 74 24/2020 mento primario – emerge chiaramente nella rigida normativa, presente nel c. 11 del Levitico, riguardante gli animali impuri e puri, quindi commestibili o no, secondo regole ancestrali che fondevano in sé elementi igienici e ambientali a componenti folcloriche e tradizionali. C’ è, poi, in questa linea anche un pasto sacro, quello consumato con le carni immolate nel tempio e legato al «sacrificio di comunione». Si ha, quindi, un intreccio intimo tra la realtà quotidiana, necessaria e vitale dello sfamarsi e la celebrazione di significati più alti che il nutrimento comporta, anche perché se l’ animale semplicemente mangia, l’ uomo pranza e banchetta con gesti che hanno una loro ritualità. La religione biblica ci squaderna una ricchissima varietà di pietanze: pane, uva, fichi, datteri e altri frutti, carni animali, pesci, vino, olio, latte, miele, spezie, acqua e così via. Ma la sua attenzione è rivolta a cercare nel cibo sempre un valore più alto e simbolico, se non altro per il fatto che esso è dono di Dio. Per questo si dice del Signore che «egli provvede il cibo a ogni vivente» (Salmo 136,25), e il cristiano prega il Padre celeste chiedendogli di «dargli ogni giorno il pane quotidiano». Per questa strada si procede verso una dimensione sempre più spirituale.

Esemplare è il segno della manna che di per sé era una sorta di resina commestibile, secreta da una tamerice del deserto, scientificamente nota come tamerix mannifera. È chiaro, però, che già nel racconto del c. 16 dell’ Esodo essa diventa manifestazione dell’ amore paterno del Signore che imbandisce una mensa per i suoi figli in marcia nel deserto. In questa linea il Libro della Sapienza parlerà della manna come di «un cibo degli angeli, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto» (16,20). Lo stesso Gesù prenderà spunto dalla manna per procedere ulteriormente in chiave eucaristica. È il caso del discorso nella sinagoga di Cafarnao (Giovanni 6). In esso alla manna Cristo sostituisce un cibo capace di donare non tanto la vita fisica ma «la vita eterna». E tutto il paradosso di questo cibo apparirà quando egli specificherà che si tratta della sua carne, «vero cibo», e del suo sangue, «vera bevanda». La comunione che il segno del cibo incarna viene, così, portata alla sua pienezza. Nell’ ultima cena il nutrimento semplice e universale del pane e del vino diverrà, come si è detto, la presenza del corpo e del sangue del Signore, strumento efficace della comunione tra l’ uomo e Dio. Si comprende, allora, l’ appello che – sempre in quel discorso – Gesù lancerà: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’ uomo vi darà» (Giovanni 6,27).



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