Il grande libro del Creato
Gianfranco Ravasi

Il grido di Giosuè: «Fermati, o sole!»

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In questa domenica entriamo nell’ estate, la stagione che esalta il trionfo del sole, cantato dal Salmista come «uno sposo che esce dalla stanza nuziale ed esulta come un eroe che percorre la via. Sorge da un estremo del cielo e la sua orbita raggiunge l’ altro estremo: nulla si sottrae al suo calore» (19,6-7).

Anche noi ci uniamo all’ antico poeta, mentre continuiamo il nostro percorso ecologico biblico. Ma lo facciamo evocando un passo celebre del libro di Giosuè, in cui il condottiero di Israele che sta conquistando la terra promessa, durante una terribile battaglia contro gli Amorrei davanti alla città di Gabaon, lancia questo grido verso il cielo: «Fermati, sole, su Gabaon! Si fermò il sole e la luna rimase immobile » (10,12-13).

Noi ora non abbiamo difficoltà a coglierne il significato autentico, al di là della formulazione della frase. In passato questo non è accaduto, ancorati come si era a una lettura «letteralista » del testo sacro, considerato una conferma della teoria «geocentrica» per cui era il sole a compiere rivoluzioni attorno alla terra e non viceversa. Il passo, quindi, poteva essere allegato per il «caso Galileo», così come la dichiarazione di un altro autore biblico, il Qohelet, che affermava: «Una generazione va, una generazione viene, ma la terra rimane sempre ferma» (1,4).

Ora, una corretta interpretazione del testo sacro smonta facilmente un simile uso estrinseco.

Due sono le osservazioni da proporre. La prima è di indole generale. La Bibbia è incarnata in una cultura storica ben precisa della quale riflette concezioni e modi espressivi. La scienza aveva allora una visione cosmologica geocentrica. Scopo fondamentale dei testi sacri non è, però, quello di trasmettere nozioni di ordine astrofisico, bensì verità di indole religiosa, certamente espresse in un linguaggio e secondo coordinate culturali datate. Come dichiara il concilio Vaticano II, per altro anticipato da affermazioni analoghe dello stesso Galileo, «i libri della Sacra Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle che fosse consegnata alle Sacre Lettere» (Dei Verbum n. 11). L’ «inerranza» – come si diceva in passato – o meglio la «verità » di cui è dotata la Bibbia non è di tipo scientifico, ma teologico e, quindi, il passo citato del libro di Giosuè può essere assunto solo come invocazione all’ azione protettiva del Creatore nei confronti del suo popolo.

Ma c’ è una seconda osservazione più specifica che tocca le parole poetiche di Giosuè, la guida degli ebrei in marcia nel deserto. Siamo di fronte a un canto epico che usa la retorica tipica di questo genere letterario. Si vorrebbe che quella giornata trionfale per Israele non finisse mai, che il sole non tramontasse e che la luna non sorgesse, così da portare a pienezza un evento tanto glorioso e grandioso. Quando uno scrittore, Cornelius Ryan, volle ricostruire il celebre sbarco in Normandia degli Alleati durante la Seconda guerra mondiale, intitolò significativamente il suo testo Il giorno più lungo (1959). La natura stessa sembrava partecipare a un evento capitale per la storia dell’ umanità.

Nella concezione religiosa dei tempi biblici il Creatore stesso è invitato a sospendere le leggi del creato o a usare le sue creature come strumenti bellici in difesa dei suoi fedeli. Sappiamo che così era accaduto per l’ esodo e la traversata del Mar Rosso secondo il cantico di Mosè (Esodo 15); così accadrà per la battaglia lanciata da Debora contro l’ esercito del generale Sisara: «Dal cielo le stelle dettero battaglia, dalle loro orbite combatterono contro Sisara» (Giudici 5,20). Siamo di fronte all’ enfasi marziale e all’ interpretazione degli eventi con criteri non tanto storiografici, quanto poetici e religiosi



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