Il grande libro del Creato
Gianfranco Ravasi

Il Golgota, monte della morte e della vita

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In realtà si tratta di uno sperone roccioso di sei o sette metri, ora inglobato nella basilica del Santo Sepolcro. Simbolo della sofferenza, ma anche segno della Risurrezione

Dopo Sion e il Sinai, i sacri monti che abbiamo idealmente scalato nelle tappe precedenti del nostro itinerario ecologico-biblico, ecco ora – a chiudere la triade da noi selezionata tra le tante alture presenti nelle Sacre Scritture – un monte fondamentale e decisivo per il cristianesimo: si tratta del Golgota. In realtà esso è solo uno sperone roccioso di sei o sette metri, tant’ è vero che è stato inglobato all’ interno della basilica crociata del Santo Sepolcro, come scoprono i pellegrini che lo incontrano una volta entrati nel tempio, a destra, salendo una breve scala. Ora questo promontorio rupestre è, infatti, coperto da una cappella distribuita tra i Francescani e gli ortodossi.

Il suo nome in aramaico significa «cranio», probabilmente per la sua forma tondeggiante o forse perché lì vicino c’ erano le sepolture dei condannati a morte. In Occidente tutti, anche coloro che non hanno nessuna fede in Cristo, sanno che cos’ è il Calvario ,che è la traduzione latina dell’ aramaico Golgota, tant’ è vero che si è persino creato un modo di dire comune, «un calvario di sofferenze ». La sua irrilevanza orografica è stata invece superata dalla fantasia popolare e dalla creazione artistica che lo ha trasfigurato in una montagna alta e arida sulla quale svettano le croci dei tre condannati, Gesù e i due malfattori.

Monte della morte, quindi, segno di una realtà profondamente umana com’ è appunto il morire e il soffrire. Monte del silenzio assordante del Padre divino nei confronti del Figlio, come si intuisce nel grido estremo di Cristo, basato sull’ avvio del Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Padre Turoldo in uno dei suoi Canti ultimi rappresentava con forza quel silenzio sconcertante: «Fede vera / è al venerdì santo / quando Tu non c’ eri lassù! / Quando non una eco / risponde al suo alto grido / e a stento il Nulla / dà forma / alla tua assenza». Eppure, nel Vangelo di Giovanni il Golgota diventa anche il monte della vita piena, perché quella croce è già il segno della gloria, dell’ esaltazione pasquale, della risurrezione.

Lo aveva annunciato lo stesso Gesù: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Giovanni 12,32). E lo aveva fatto balenare anche davanti a quel capo dei Giudei, Nicodemo, nel loro incontro notturno: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’ uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (3,14-15). L’ ultima parola che Cristo pronuncia lassù è nel greco dei Vangeli un solo verbo: tetélestai, tutto «è compiuto» (19,30), tutto è giunto alla sua pienezza. Aveva perciò ragione lo scrittore greco Nikos Kazantzakis quando nella sua opera L’ ultima tentazione di Cristo (1952) commentava: «Levò un grido di trionfo: Tutto s’ è compiuto! Ma fu come se dicesse: Tutto comincia!». È quella risurrezione sua e nostra che ha nell’ assunzione di Maria, celebrata in questa settimana, la sua attuazione esemplare.



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