Il grande libro del Creato
Gianfranco Ravasi

Fiat Lux: l’ imperativo divino inizio di tutto

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La frase che dà il via al racconto della creazione porta in sè un ampio ventaglio di valori simbolici e nell'antitesi con le tenebre diventa un paradigma morale e spirituale

 

Anche senza conoscere la lingua della Bibbia, l’ ebraico, è facile sentire il ritmo e la rima di questa frase iniziale del racconto della creazione: Wajjo’ mer ’ elohîm: Jehî ’ ôr. Wajjehî ’ ôr, «Dio disse: Sia la luce! E la luce fu» (Genesi 1,3). È il celebre imperativo divino che dà il via al Creato con l’ elemento primordiale della luce, frase che è divenuta popolare nella traduzione latina Fiat lux. È noto quanto sia complessa la ri„flessione scienti fica sulla natura crepuscolare o ondulatoria di questa realtà fondamentale dell’ intero universo: la teoria quantistica la defi nisce come onda elettromagnetica composta di «fotoni», che sono «quanti» di energia associati alla frequenza della radiazione luminosa. È altrettanto noto quanto ampio e variegato sia il ventaglio dei valori simbolici assegnati alla luce in tutte le culture e religioni.

Folgorante è l’ affermazione della Prima Lettera di Giovanni: «Dio è luce» (1,5). Questa realtà, infatti, riesce a esprimere nella sua stessa natura due aspetti capitali di Dio: egli è misterioso e trascendente, e la luce è appunto esterna a noi e ci supera; ma Dio è presente nel Creato e nella storia umana, proprio come la luce che ci avvolge, ci riscalda, ci pervade e ci rivela. Per questo Cristo è de finito «la luce vera che illumina ogni uomo» (1,9) e il fedele irradiato dalla luce divina diventa lui stesso fonte di illuminazione spirituale: «Voi siete la luce del mondo… Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Matteo 5,14-16).

Nel racconto della Genesi, attraverso l’ immagine della divisione, si introduce inoltre un contrasto altrettanto decisivo sia a livello fisico, sia a livello simbolico-spirituale: «Dio separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte» (1,4). È evidente la determinazione del ritmo quotidiano, basilare per il calendario. Ma è pure facile intuire il trapasso al valore metaforico morale. Infatti, se la luce è segno di vita e di bene, la tenebra diventa emblema di morte e di male: il paradiso è, per eccellenza, luminoso, mentre gli inferi sono – come afferma Giobbe – «il paese delle tenebre e delle ombre mortali, il paese della caligine e dell’ opacità, della notte e del caos, la cui stessa luce è tenebra fonda» (10, 21-22). L’ antitesi luce-tenebre si trasforma, così, in un paradigma morale e spirituale. È ciò che appare in molte civiltà e che ha un suo apice nell’ inno-prologo del Vangelo di Giovanni, ove la luce del Verbo divino «splende nelle tenebre e le tenebre non l’ hanno vinta» (1,5). Più avanti, nello stesso quarto Vangelo, si legge: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che non la luce… Chi fa il male odia la luce e non viene alla luce… Chi fa la verità viene invece verso la luce» (Giovanni 3,19-21). Anche nella famosa comunità giudaica attiva dal I sec. a.C. no al 70 d.C., scoperta nel 1947 a Qumran lungo le sponde occidentali del Mar Morto, un testo descriveva «la guerra dei gli della luce contro i gli delle tenebre», seguendo questo binomio simbolico costante per de finire il contrasto tra bene e male, tra eletti e reprobi. Concludiamo con una duplice testimonianza religiosa. L’ orante dei Salmi canta: «È in te, o Dio, la sorgente della vita, alla tua luce vedremo la luce!» (36,10). Nel Corano c’ è una sura (o capitolo) intitolata An-nûr, «la luce», che nel v. 35 recita: «Dio è luce in cielo e sulla terra. La sua luce è come quella di una lampada collocata in una nicchia. La lampada è rinchiusa in un cristallo, è come una stella dallo splendore abbagliante ed è accesa dall’ olio di un ulivo benedetto… Luce su luce è Dio. Egli guida chi ama verso la sua luce».



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