Le regole del gioco
Elisa Chiari

Fase 2, tempo della responsabilità sì ma per tutti

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La “fase due”, ci ripetono, è la fase della responsabilità, il suo successo – cioè il fatto che non ci ritroviamo tutti bloccati dalla risalita della curva epidemica – dipende dai nostri comportamenti che sarebbe perdente (oltreché inefficace) anche giuridicamente normare in troppi dettagli. C’ è del vero: dipende da noi non trasformare la liceità di incontrare congiunti in raduni di famiglia difficili da controllare, non trasformare una cauta apertura in una libertà di assembrarsi. Il problema della responsabilità sta nel fatto di non dimenticare che le norme, ma anche i comportamenti leciti che adotteremo, sono finalizzati a evitare il contagio e occasioni di rischio, non a stiracchiare le regole per aggirarle. Ci chiedono di usare la responsabilità per fare il possibile per autoregolarci in modo da tenere noi stessi e gli altri il più possibile al riparo dal virus. E questo ovviamente è giusto, persino sano: significa essere trattati da adulti responsabili e non solo come bambini ancora incapaci di provvedere a sé stessi cui impartire ordini.

Ma ovviamente questo prevede un corollario: dato che mai come in questo momento ognuno è responsabile di tutto perché i comportamenti di ciascuno ricadono su tutti, l’ appello alla responsabilità deve valere a maggior ragione e a gradi crescenti per chi ha anche formalmente la responsabilità di altri: ciascuno di noi può essere responsabile nel portare la mascherina dove previsto e nel tenere la distanza prevista, ma poi occorre fidarsi del fatto che la mascherina che ti viene venduta – possibilmente non a peso d’ oro – abbia i requisiti adeguati; che chi ha calcolato la distanza da tenere lo abbia fatto correttamente; che il datore di lavoro, il dirigente scolastico; l’ agenzia di trasporti pubblici rispettino le regole non solo pro forma, per avere le carte a posto, ma anche per avere a posto la coscienza nell’ aver fatto del loro meglio per tenere il virus a distanza di sicurezza.

Ma per questo è necessario che chi deve dare regole poi metta chi le deve rispettare in condizioni di renderle effettivamente applicabili (non basta dire che è obbligatorio avere le protezioni se poi non si trovano). A salire questo deve valere, a maggior ragione, per chi ha la responsabilità di prendere decisioni in nome del bene pubblico: perché il nostro senso di responsabilità individuale sia efficace e non vada sprecato, abbiamo bisogno di poterci fidare del fatto che chi ha titolo per decidere (a livello nazionale, regionale, locale) che possiamo aprire, fare, andare, lo decida in coscienza cercando di bilanciare nel modo meno traumatico esigenze di salute ed esigenze dell’ economia, non limitandosi a contare il peso dei voti di chi preme in una direzione o nell’ altra e che si sia preparato poi a garantire controlli tempestivi adatti a stoppare i focolai che dovessero riaccendersi.

Perché se così non fosse, l’ appello alla responsabilità individuale si tradurrebbe soltanto in uno scaricabarile a scendere verso l’ anello più basso della catena che si ritroverebbe con il cerino. Ma l’ anello più basso questa volta è ciascuno di noi. E indagare dopo le eventuali irresponsabilità non servirebbe a salvarci.



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