Il grande libro del Creato
Gianfranco Ravasi

Eden, un giardino "paradisiaco"

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Nel libro della Genesi troviamo una rappresentazione simbolica della creazione voluta da Dio: un paesaggio esistenziale ideale, un cosmo pacificato

Nella scorsa puntata abbiamo dipinto con le parole della Genesi (1,11-12) il manto meraviglioso che la terra indossa, e che le è stato imposto dal Creatore. Stiamo parlando della vegetazione che spesso ignoriamo o peggio calpestiamo. Noi vorremmo, invece, spingere i nostri lettori a sostare nella contemplazione di questo mirabile orizzonte che purtroppo la cementicazione continua a restringere. Lo facciamo con una delle pagine fondamentali della Bibbia: è il capitolo 2 della Genesi che è una sorta di seconda narrazione dell’ atto creativo di Dio.

Un mondo raffigurato come un giardino, stando al racconto biblico: «Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’ albero della vita in mezzo al giardino e l’ albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi» (2,9-10). Cerchiamo di spiegare ora alcune componenti di questa descrizione, soggetto di infinite raffigurazioni artistiche, di solito intitolate come Il giardino di Eden. Iniziamo con la curiosa menzione geografica di Eden, un vocabolo che di per sé signfiica “delizia, piacere”: saremmo di fronte a un “giardino di delizie”, una sorta di isola felice, un’ oasi simile a quella lussureggiante di Gerico, immersa nel deserto arido e quasi lunare della fossa del Giordano. Curiosamente, nelle lingue mesopotamiche – nell’ accadico e-dinu e nel sumerico e-din – la radice di Eden rimanda invece all’ idea di “steppa” o “deserto”.

Ora, in questa regione, che poteva forse alludere a qualche località specifica ma che è resa simbolica dall’ autore sacro, è incastonato un “giardino”, in ebraico gan. Questo è il vocabolo originario, anche se noi siamo abituati a parlare di “paradiso terrestre”. È stata l’ antica versione greca della Bibbia, detta “dei Settanta” dal leggendario numero dei traduttori, seguita dalla tradizione cristiana, a introdurre la parola “paradiso” anziché “giardino”. Invitiamo ora i nostri lettori a un esercizio linguistico non troppo difficile.

Il vocabolo in questione, “paradiso”, è raro nella Bibbia ed è di origine persiana: era pairidaeza nell’ antica lingua iranica, è divenuto pardes in ebraico, parádeisos in greco, e infine il nostro “paradiso”. Il vocabolo rimandava a un giardino recintato, fertile e fiorito: il signicato del termine persiano è appunto “proprietà regale recintata”; ma già nell’ antica lingua mesopotamica sopra citata, l’ accadico, pardesu indicava un “frutteto recintato”. Il testo originale della Genesi – a differenza delle antiche traduzioni greca e latina – non usa, come si è detto, il vocabolo “paradiso” che, tra l’ altro, nell’ Antico Testamento ricorre solo tre volte: una nel Cantico dei cantici (4,13) e due altre volte per definire un parco reale (Nehemia 2, 8 e Qohelet 2, 5). L’ idea del “paradiso terrestre” è stata perciò indotta in questo ritratto del giardino dell’ Eden ed è diventata così popolare da dominare nella storia successiva.

Non sono mancati, allora, coloro che si sono incamminati verso l’ Arabia o la Mesopotamia alla ricerca del vero giardino di Eden. L’ autore poteva avere in mente forse qualche scena esotica; tuttavia quel giardino era ai suoi occhi il simbolo di un cosmo pacificato e sereno, un paesaggio esistenziale ideale, in cui l’ uomo passeggiava sereno e beato. Siamo, quindi, in presenza di una rappresentazione simbolica del creato così come è concepito da Dio, una mappa ideale al cui interno l’ uomo è il custode e il coltivatore. In quel giardino “paradisiaco” si levano due alberi dal nome strano, non registrato in botanica, che spiegheremo nella prossima tappa del nostro viaggio: l’ albero della vita e l’ albero della conoscenza del bene e del male.



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