Rito ambrosiano
don Marco Bove

Domenica 29 dicembre - Nell'Ottava del Natale del Signore

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Lettura del Vangelo secondo Giovanni (1,1-14)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’ hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Dalla Parola alla vita

Il tempo liturgico del Natale contiene idealmente l’ invito a sostare davanti al mistero dell’ Incarnazione, che abbiamo da poco celebrato e che non finiremo mai di contemplare, per la sua profondità e per lo stupore che ogni volta non può non suscitare in noi. I testi biblici di questa domenica ci aiutano orientando lo sguardo del cuore, in particolare le parole dell’ evangelista Giovanni nel Prologo: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».

«Il Verbo», ci ha detto Giovanni, «era in principio, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Dunque colui che nessuno mai ha veduto, colui che è all’ origine di ogni cosa, ora si è reso visibile e incontrabile, addirittura si è fatto carne, è diventato uno di noi. Nel linguaggio biblico “carne” traduce la parola che esprime la dimensione di fragilità dell’ uomo, basar nella lingua ebraica. Ciò significa che Dio è diventato debole, l’ Onnipotente si è fatto piccolo e impotente, cioè incapace di difendersi e, fin dal primo istante, si è consegnato nelle nostre mani, per poi compiere definitivamente questa consegna nella sua Pasqua, sulla croce.

Idealmente allora possiamo tracciare una linea che dalla paglia della mangiatoia di Betlemme porta al legno della croce di Gerusalemme, dove la debolezza e la consegna caratterizzano tutta intera l’ esperienza umana del Signore Gesù. Al suo apparire in questo mondo, Gesù ci offre di se stesso un’ immagine di piccolezza e di impotenza; allo stesso modo l’ ultima immagine che ci lascia, abbandonando la scena di questo mondo, va nella stessa direzione: un uomo inchiodato alla croce.

Inoltre la lettura del libro dei Proverbi, attraverso l’ immagine della Sapienza e la lettera di san Paolo ai Colossesi, ricordandoci che «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui», sottolineano la stessa cosa: colui che era presso Dio e che era prima di tutte le cose ora è venuto ad abitare in mezzo a noi. Dunque Dio non è lontano, distaccato dall’ uomo e dalle sue necessità, ma è vicino, è in mezzo a noi. L’ espressione usata da san Giovanni letteralmente significa: piantò la sua tenda in mezzo a noi, proprio come avveniva nell’ esodo; lungo il cammino infatti, il popolo di Israele, di tappa in tappa, piantava la tenda del convegno in mezzo alle altre tende, perché rimanesse come il segno che Dio era in cammino con il suo popolo.

Ora questo mistero di presenza e di prossimità si è compiuto nella nascita del Signore Gesù, perché lui stesso è venuto, per abitare e rimanere in mezzo a noi. La sua presenza infatti continua nel tempo e non si è conclusa con l’ ascensione al cielo: la sua tenda rimane, è ancora il luogo dell’ incontro, del convegno, come per l’ antico Israele. Nella carne del corpo eucaristico, nella carne del corpo ecclesiale tu Signore sei rimasto ad abitare in mezzo a noi, per questo anche noi possiamo dire in verità: «Abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità».



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