Commozione davanti a una madre disperata

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Ancor oggi una strada secondaria conduce al villaggio di Nain, abitato in prevalenza da arabi cristiani. Là una cappella francescana ricorda che un giorno Gesù vi si era recato con i suoi discepoli. La via principale era intasata da una folla che strepitava e subito egli aveva capito che si trattava dei lamenti rituali di un funerale. Si era fatto largo e aveva sollevato quel lenzuolo funerario e aveva visto il corpo di un ragazzo. Accanto, la madre, una povera vedova, urlava la sua disperazione.

È solo Luca a narrarci questo episodio (7,11-17), per molti versi sconvolgente, che vede come protagonista ancora una volta – come accade spesso nel terzo Vangelo e come stiamo dimostrando da tempo nella nostra rubrica – una donna, la cui desolazione è condivisa da Cristo. Infatti l’ evangelista usa, per esprimere l’ emozione di Gesù, un verbo greco significativo, splanchnízomai: esso, infatti, è basato sul termine splánchna che designa le viscere materne, il grembo che genera. È, quindi, un vocabolo che ben s’ adatta alla femminilità di quella donna, colpita nella sua maternità.

La traduzione solita – «fu preso da grande compassione» – è, perciò, piuttosto generica e non riesce a descrivere la commozione intima di Gesù che condivide in pieno, facendola propria, la sofferenza di quella madre. Un dolore lacerante perché la morte di un figlio è sempre, in un certo senso, contro natura: infatti, nell’ evoluzione normale delle cose, è il genitore che precede nella fine la sua creatura. Ma seguiamo gli eventi così come ce li narra Luca.

«Gesù disse alla donna: “Non piangere”. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi esclamò: “Ragazzo, dico a te, alzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre» (7,13-15). È importante sottolineare il verbo greco tradotto solitamente con: «Alzati!». In realtà è il termine tipico usato per la risurrezione di Cristo, eghéirô: letteralmente significa il “risvegliarsi” dal sonno della morte. Esso ricorre ben 144 volte nel Nuovo Testamento ed era stato applicato dall’ evangelista a un altro episodio analogo che abbiamo già presentato in passato.

Si trattava del caso della figlia dodicenne del capo della sinagoga di Cafarnao, Giairo. Davanti a quel corpicino inerte Gesù aveva dichiarato, suscitando le ironie dei presenti: «Non è morta, ma dorme». E poi le aveva preso la mano e ad alta voce aveva intimato: «Fanciulla, alzati! (égheire)» (8,52-54). Anche ora a Nain Cristo trasforma il sonno della morte in un risveglio alla vita, in una risurrezione, come farà anche per l’ amico Lazzaro.

Si comprende, allora, la cornice finale del racconto di Luca: «Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi” e: “Dio ha visitato il suo popolo”. Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante» (7,16-17). Si squarcia quasi il velo sul mistero intimo di questo rabbì che viene acclamato come “profeta” e come straordinaria presenza divina nella storia di sofferenza e di morte dell’ umanità.



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