Chi cerca la pace la trova al caffè (per ora)

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Da Betlemme - Per fortuna, nel gran mare di rancori tra israeliani e palestinesi spuntano anche germi di rapporti più umani e distesi. Nelle botteghe della Città Vecchia di Gerusalemme si trova in vendita una maglietta con la scritta "Make hummus not walls", fate l'hummus e non i muri. La deliziosa salsa di ceci, olio e limone, apprezzata in tutto il Medio Oriente, potrebbe diventare uno strumento di pace se molti seguissero l'esempio di uno hummus bar di Kfar Vitkin, una località sulla costa israeliana a Nord di Tel Aviv, che fa lo scontro del 50% sul pranzo ai clienti israeliani disposti a sedersi accanto a un arabo, e viceversa.

Una bella storia, di cui hanno parlato molti giornali. Meno numerosi sono invece i riferimenti all'impegno dei Rabbis for Human Rights (i Rabbini per i diritti umani), un'associazione israeliana che raduna 130 rabbini impegnati per il dialogo tra israeliani e palestinesi. I Rabbis svolgono corsi di educazione ebraica (religione, lingua...) che in questo periodo cominciano con il recarsi ad aiutare i contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Non si pensi solo a lunghe giornate di lavoro sotto il sole, con la schiena piegata. Nelle zone più critiche, la raccolta è spesso disturbata, a volte in modo violento, dai "coloni" israeliani, per nulla intimoriti dalla presenza delle forze di sicurezza del loro Paese, che si guardano dall'intervenire.

Gli esempi e i tentativi di collaborazione di collaborazione capaci di scavalcare qualunque muro sono frequenti soprattutto tra le Organizzazioni non Governative, da un lato e dall'altro della barricata sottoposti alle identiche pressioni: in Israele, da parte della destra ultrareligiosa e ultranazionalista, in Palestina da parte dell'islamismo radicale e, anche qui, dell'ultranazionalismo. Per molti anni hanno avuto una certa influenza i colloqui detti Track II, ovvero incontri informali tra esponenti illustri della società israeliana e palestinese, intellettuali, ex ufficiali o uomini di Governo dell'una e dell'altra parte. Ora un po' in declino, hanno cercato di diffondere una reciproca conoscenza sia a livello di élite sia a livello di base, come quando promossero una distribuzione in tutte le case di Israele di una copia degli accordi di Ginevra (2003).

Ma forse è destino che per una convivenza effettiva si debba partire dal basso, dall'incontro quotidiano di persone reali e concrete. Ecco così spiegato il successo dell'All Nation Cafè (il Caffe di tutte le nazioni), situato in una zona neutra tra il posto di blocco israeliano e il territorio dell'Autorità palestinese. Fondato da un israeliano, un americano e un palestinese, il Cafè fa esattamente quello che il suo nome dichiara: stare a disposizione, per un incontro sereno, di tutti coloro che passano, sia essi israeliani, palestinesi o di qualunque altra nazione.

Fondato nel 2003, il Cafè ha pian piano allargato le proprie attività, organizzando raduni, viaggi di gruppo, campi giochi per bambini, attività di sostegno alle varie comunità come raccolta di rifiuti, interventi nei campi, scavo e sistemazione di fonti. Tutto rigorosamente plurinazionale e gioiosamente indifferente alle frontiere, con qualche episodio da record: come l'apertura di un altro Cafè a Gerusalemme Est nel pieno della seconda intifada, o essere il primo gruppo musicale comprendente ebrei israeliani a esibirsi al Festival di Jerash (Giordania), la più grande manifestazione teatrale e musicale araba del Medio Oriente. Almeno per ora, chi cerca la pace la trova al caffè.


 



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