«Beata colei che ha creduto»

Pubblicità

Venerdì 31 maggio il calendario riporta la festa della Visitazione di Maria alla parente Elisabetta. Anche noi, che inseguiamo tutti i volti femminili che si affacciano dalle pagine evangeliche di Luca, ci incamminiamo idealmente verso quell’ anonima «città di Giuda nella regione montuosa» di cui parla l’ evangelista nel suo racconto (1,39- 45). In realtà la tradizione ha voluto identificare quella città ignota con il delizioso villaggio di Ain Karim (“la sorgente della vigna”) che oggi è in pratica un sobborgo di Gerusalemme. Là si eleva una basilica francescana in mezzo al verde e alla pace.

È curiosa la scelta di alcune antiche miniature di raffigurare le due donne incinte (l’ una di Gesù e l’ altra del Battista) che si toccano il ventre ingrossato. Non dimentichiamo che Elisabetta confessa di aver sentito sussultare nel suo ventre il piccolo Giovanni, quasi anticipando la sua missione di Precursore del Messia (1,44). Noi, quindi, celebriamo due donne, ma privilegiamo questa volta Elisabetta che in passato avevamo già incontrato anticipando – come fa Luca – l’ esperienza della sua inattesa maternità (1,5-25). Alla Madre di Gesù e al suo famoso cantico, il Magnificat, dedicheremo in un’ altra festa mariana un ritratto specifico.

Ora sono le parole rivolte da Elisabetta a Maria a costituire il filo conduttore della nostra riflessione. Esse sono strutturate su due generi letterari noti, la “benedizione” e la “beatitudine”. Iniziamo con la prima formula: «Benedetta tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo grembo» (1,42). Come è noto, essa è entrata nell’ Ave Maria e nell’ espressione «benedetta fra le donne» si ha, nel sotteso linguaggio semitico, una forma di superlativo, “benedettissima”. Il dono divino della “benedizione” sboccia dal «frutto del suo grembo». Come scriveva un esegeta, «se ogni madre di Israele vedeva, nella benedizione del proprio corpo fecondo, un segno attivo della grazia di Dio, tanto più la Madre del Messia è la benedetta per eccellenza».

La seconda dichiarazione di Elisabetta è la prima delle “beatitudini” del Vangelo: «Beata colei che ha creduto nell’ adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (1,45). San Giovanni Paolo II nella sua enciclica mariana Redemptoris Mater affermava: «Nell’ espressione “Beata colei che ha creduto” possiamo trovare quasi una chiave che ci schiude l’ intima realtà di Maria». È interessante notare che nell’ originale greco dei Vangeli abbiamo un participio, pistéusasa, per cui potremmo tradurre: «Beata la credente», quasi come fosse una denominazione di Maria, un titolo riservato a lei anche dal Corano che è particolarmente attento alla figura della Madre di Gesù, tanto da dedicarle un intero capitolo o sura (la XIX).

La sua maternità, infatti, non è stata solo fisica; Maria, infatti, ha dovuto mettere in pratica quello che Gesù un giorno aveva affermato: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica» (Luca 8,21). E il cammino della sua vita fu un itinerario di fede, spesso ardua, fino alla vetta del Calvario. A differenza dell’ incredulo Zaccaria, il padre del Battista, Maria fu “la credente” nel suo Figlio dall’ inizio sino alla fine della sua esistenza.



Loading

Pubblicità
Iniziative San Paolo