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Vogliamo Silvia libera

Ricorrono i 13 mesi dal sequestro della giovane cooperante, avvenuto in Kenya. Rinnoviamo l’ appello alle istituzioni del nostro Paese perché, se possibile, venga intensificato ancora di più l’ impegno a riportarla a casa. E senza dimenticare che altri italiani sono come lei rapiti da tempo


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Oggi 20 dicembre siamo a tredici, lunghissimi angoscianti mesi. Da così tanto tempo dura il rapimento di Silvia Romano. La giovane donna – ricordiamo i fatti – è stata sequestrata a Chakama, in Kenya, il 20 novembre 2018: tre persone la prelevarono con la forza in quel villaggio, posto a un’ ottantina di chilometri da Malindi.

 

Silvia rischia di passare il secondo Natale lontano dalla sua famiglia. Non si può non notare che di nuovo, a partire dai giorni dell’ anniversario del suo rapimento del 20 novembre scorso, è sceso di nuovo il silenzio sulla vicenda. Un silenzio che può significare due cose: un nuovo periodo di oblio, come ce ne sono già stati in passato, oppure (quello che speriamo) una fase di trattativa e di passi avanti verso la liberazione. Se la seconda ipotesi fosse quella giusta si tratterebbe di una riservatezza e assenza doverosa di notizie.

 

Resta però che Silvia – come pure padre Luigi Maccalli, Luca Tacchetto, padre Paolo Dall’ Olio, Raffaele Russo, Vincenzo Cimmino, Antonio Russo, ossia gli altri rapiti italiani – non può essere dimenticata nemmeno un giorno, e nello stesso tempo non può essere oggetto di presunti “scoop” giornalistici infondati e pericolosi per lei, come quelli che abbiamo visto pubblicare ricorrentemente nel corso di questi mesi.

Le ultime notizie fondate (se non altro perché confermate dalla Procura di Roma e dagli investigatori italiani) sono che Silvia sarebbe stata “passata” dalla banda di malviventi che l’ ha sequestrata a un gruppo di estremisti somali membri di Al Shabab, che di conseguenza sarebbe stata trasferita in Somalia, che sarebbe – sempre secondo gli inquirenti – viva. Tutto il resto sono notizie senza fondamento.

 

Non tocca, in corso di rapimento, agli organi di informazione fare la parte dei Ros o degli agenti dell’ intelligence. Le inchieste giornalistiche, benvenute e doverose, in vicende come questa vanno fatte dopo, quando il caso è risolto. Ma tocca certamente agli operatori dell’ informazione (non solo a loro, ma anche a loro) mantenere accesi i riflettori, affinché l’ impegno per ottenere la liberazione della giovane donna e degli altri sequestrati, non venga mai meno da parte delle istituzioni del nostro Paese.

 

Da parte nostra, riportiamo nuovamente l’ appello che fu reso pubblico in occasione dell’ inaugurazione del X° Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, esattamente un mese fa:

LIBERIAMO SILVIA!

È passato un anno da quando, il 20 novembre 2018, un gruppo di uomini armati ha rapito Silvia Romano nel villaggio di Chakama, in Kenya.

 

La ricostruzione del rapimento presenta ancora molti lati oscuri. Le indagini hanno, finora, portato all’ arresto di Adan Omar, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe, tre cittadini kenioti accusati di aver compiuto il sequestro e che risultano imputati a Malindi con l’ accusa di rapimento di persona e di terrorismo.

 

In tutto questo periodo il governo italiano ha fornito poche informazioni, limitandosi a riferire che la questione era trattata secondo le vie tracciate dall’ intelligence e non per quelle diplomatiche e che erano stati individuati il gruppo dei sequestratori e la dislocazione territoriale della prigionia.

 

A 12 mesi dal rapimento di Silvia Romano, il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, Amnesty International Italia, Emergency, Un ponte per, Famiglia Cristiana, Mediterranea e Hic Sunt Leones hanno lanciato un appello affinché Silvia Romano torni libera nel più breve tempo possibile. Le organizzazioni chiedono al governo italiano una dichiarazione ufficiale sullo stato delle indagini in corso e un impegno a 360 gradi affinché Silvia possa fare presto ritorno a casa.

 

Le organizzazioni, inoltre, hanno promosso una raccolta di messaggi di solidarietà che potranno essere lasciati sul sito di Amnesty International Italia, www.amnesty.it, a partire dal 20 novembre.

 

È necessario tenere alti i riflettori su questa vicenda e stringersi intorno alla famiglia Romano, nella speranza che possa riabbracciare Silvia nel più breve tempo possibile.

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