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Vivere da soli: un’ unica condizione, storie molto diverse

Non è davvero possibile considerare una “categoria” omogenea quei quasi otto milioni di persone che le statistiche ci dicono “vivere da soli”. E la loro condizione esige un'attenzione personalizzata.


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Vivere da soli è una condizione in costante crescita, nel nostro Paese così come in Europa, ma le persone ci arrivano da storie estremamente differenziate.

1. La prima traiettoria di una famiglia unipersonale è quella degli anziani: persone che sono quasi sempre al termine di progetti familiari, che hanno avuto mariti o mogli, che hanno avuto (e spesso hanno tuttora) figli adulti, “ultimi” di una storia familiare, quasi sempre donne (vedove e molto anziane), e che si ritrovano “da sole”, magari nella stessa casa, ormai troppo grande, in cui hanno abitato per lunghi anni con tutti i loro cari.

2. Ben diversa la situazione dei “single” giovani, magari con buoni lavori e stipendi, ma in alcuni casi a vivere fuori casa “con i soldi di mamma e papà”, con una emancipazione che spesso si rivela illusoria.

3. Ci sono poi persone che “vanno a vivere da sole” come passo di autonomia dalla famiglia di origine, e che quindi progettano una vita futura, e magari sono pronti a fare famiglia, abbandonando così la condizione di single.

4. Oppure, sempre più spesso, si tratta di persone che vivono da sole perché si è rotto il legame coniugale, e quindi sono “a valle di un progetto di vita familiare”, dopo una separaizone o un divorzio. Sono più spesso uomini, magari con figli, rimasti però a vivere con le madri-ex mogli. E quindi questi “mariti/padri con una ex-famiglia” sono conteggiati come “famiglie unipersonali”, anche se, a dire il vero, loro una famiglia e dei legami familiari ce l’ avrebbero ancora, anche se domiciliati da un’ altra parte.

5. Oppure, ancora, potremmo trovare persone che vivono da sole, ma solo in apparenza, perché hanno costruito legami affettivi sufficientemente stabili con altre persone (magari anch’ esse single, dal punto di vista abitativo), senza fare il grande passo del “convivere”. Sono i cosiddetti “LAT” (Living Apart Together, vivere insieme stando separati), persone che soggettivamente sono affettivamente legate, ma non vivono questo legame nella concretezza di una casa comune, nella continuità dello stare negli stessi spazi, dormire nelle stesse stanze, gestire la stessa casa.

Non pare davvero possibile considerare una “categoria” omogenea quei quasi otto milioni di persone che le statistiche ci dicono “vivere da soli”, se le traiettorie di vita sono così diverse, se i progetti di vita sono così eterogenei, se la stessa autoconsapevolezza delle persone spesso nega perfino l’ idea di “essere da soli”.

 

Forse sarebbe opportuno ricordare che la progressiva differenziazione della società contemporanea è nemica delle semplificazioni, ed esige uno sguardo capace di leggere la persona, nella sua unicità, nel suo istante presente ma senza ridurla ad esso, perché “le cose cambiano”, e cambiano in fretta, senza ridurla a condizioni preventivamente definitive.

 

E soprattutto ricordare che la crescente presenza di persone che vivono da sole esige una attenzione personalizzata, e la consapevolezza che se i legami tra le persone sono una risorsa irrinunciabile per il benessere di ciascuno, nei confronti delle persone che vivono da sole serve una attenzione particolare. Per non lasciarle isolate, e quindi sole. Non tutti si faranno avvicinare; ma a tutti una offerta di relazioni farà bene.

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