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Le parole delle donne

Fra i testi custoditi dall'Archivio diaristico nazionale, un numero rilevante racconta il dramma di molte mogli, costrette a subire la violenza dei mariti. E che si affidano alla scrittura come a un gesto liberatorio, lasciandoci una "denuncia postuma".


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Le denunce non erano frequenti come oggi, ma il fenomeno era certamente diffuso. E, spesso, la scrittura restava l'unica arma di sfogo, riscatto, consolazione e chissà, fungeva da denuncia "postuma".

Nella Giornata contro la violenza sulle donne, giunge dall'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo) un documento di grande valore storico e sociale. Fra i tantissimi memoir custoditi, oltre settimala ormai, una parte non irrilevante ha come autrici donne che raccontano gli episodi di violenza, sopraffazione, umiliazione che erano costrette a subire. La prima, banale osservazione, ci porta a dire che il fenomeno era certamente diffuso anche in passato. Minori erano i casi di denuncia, a causa di una condizione femminile che, in generale, rendeva critica la posizione della donna. Nei testi, di cui trovate sotto qualche esempio, emergono forme di violenza fisica, sessuale e psicologica.

Che cosa spingeva queste donne a prendere in mano la penna e a fissare il loro dolore sulla carta?
Certamente il bisogno di raccontarsi, di trovare, almeno grazie alla scrittura, un luogo in cui dire la verità: un gesto liberatorio che sottolinea, peraltro, il valore terapeutico della scrittura.

Non sempre, ma almeno in alcuni casi è poi lecito imamginare la volontà di far conoscere i fatti, di tramandare ai figli, ai nipoti la "verità storica": insomma, un intento in qualche modo di denuncia, che sta a noi contemporanei raccogliere, per creare una cultura di rispetto.

I testi dell'Archivio diaristico nazionale

Premio Pieve 1994 - premio per il decennale
Luisa T.
I quaderni di Luisa diario, pp. 204 (1970-1985) Milano, Terre di Mezzo, 2002

Il matrimonio come prigione che impedisce di pensare e di manifestare la propria personalità: sposatasi giovanissima con un uomo arido e violento, l'Autrice, vittima di un esaurimento nervoso, sceglie per amico un diario cui confida i soprusi del marito e la difficoltà di educare i figli, turbati da un ambiente famigliare privo di amore.
Per leggere brani scelti: www.archiviodiari.it/pagine/luisa.html

Premio Pieve 1995  ex aequo
Vanda Ormanto nata a Taranto, 1922 Il Signor marito diario, pp. 255 (1943-1992) Milano, Baldini & Castoldi, 1996
L'ambiente famigliare chiuso e ostile della Taranto del dopoguerra costringe una giovane maestra a sposare il marito violento della sorella scomparsa. Cronaca di questo assurdo legame matrimoniale. "Mia sorella morendo ha lasciato due bambini che bisogna portare avanti e che hanno bisogno di un’ altra mamma. E capisco bene che nessuna meglio di me potrebbe assumersi questo compito. Amo quei bambini come se fossero miei e la memoria della mia povera cara sorella rinforza l’ affetto che sento per loro. Ma per il loro bene, tutti ritengono necessario che io occupi il posto lasciato vuoto da lei. Dovrei sposare il marito. Lui mi si è dichiarato "fidanzato" pochi giorni dopo il suo ritorno dalla prigionia e ad ogni mia opposizione tira fuori il problema dei figli, per cui si appesantiscono le pressioni familiari, le ossessionanti richieste di decisioni che naturalmente devono essere "quelle" e non altre. All’ inizio cercavo di affezionarmi a colui che da cognato voleva diventare marito, ma non c’ è stato tempo; troppa fretta nel dichiararsi senza attendere il mio consenso, troppa insistenza, troppo tutto. Più tempo passa e più questa decisione mi rivolta e mi disgusta".

Premio Pieve 1999
Maddalena M. nata a Bono SS, 1959 Imparare paura autobiografia, pp. 80 (1968-1997) Roma, Malatempora, 2000
Una storia piena di violenta suspense in una famiglia sarda che insegna a una bambina ad avere paura di tutti. Tra le mura domestiche subisce violenza prima dai genitori alcolizzati, poi da un giovane insensibile che riuscirà a sposarla diciottenne senza amarla mai. Emigrata a Wuppertal, dopo la morte di una prima figlia, ha la forza di troncare con il passato e di rifarsi una vita.

Quarta di copertina: “Il fuoco nel camineto era spento, non riuscivo ad avicinare i pezzi di legno che erano rimasti, le mie mani tremavano non solo per il freddo, ma per le grida che si sentivano a casa, non si cappiva se erano grida di dolore o se erano dei lamenti che a me mi terrorizzavano”. Con questa immagine di muto terrore Maddalena M., oggi casalinga quarantenne, inizia la sua memoria, caratterizzata da un incalzante crescendo di inusitata violenza. Siamo ai primi anni Sessanta, ma gli effetti del boom economico nel paese dell'entroterra sardo in cui l'autrice vive sono ancora lontani: a cinque anni dorme sopra “un sacco rienpito di lana” coperta da “un vecchio capoto militare”. La situazione famigliare è disastrosa: la madre, priva di autocontrollo, è alcolizzata, il padre, emigrante, sa far valere la propria autorità soltanto attraverso le botte. Solo la nonna, anziana e remissiva, è capace di darle amore. Maddalena impara, per paura, a soffrire in silenzio: così, ancora bambina, subisce gli abusi sessuali di un compaesano prima, del padre poi, senza confidarsi con nessuno.

L'emigrazione in Germania rappresenta per la sua famiglia la possibilità di affrancarsi dalla miseria e per Maddalena la speranza di lasciarsi un passato da incubo alle spalle: è là, a Wuppertal – un paese tedesco popolato da soli italiani – che vive la parvenza di una vita normale: le prime uscite, il primo amore. Uno spiraglio di felicità destinato a scomparire al ritorno in Sardegna, pochi anni dopo: in seguito a una corte insistente e prepotente, quasi senza volerlo, a diciotto anni Maddalena si ritrova sposata con Vincenzo, giovane rampollo di una famiglia benestante del paese. Relegata dalla suocera al ruolo di Cenerentola, è costretta a subire senza protestare il carattere violento del marito, manifestatosi già prima del matrimonio. Persa la prima figlia pochi giorni dopo la sua nascita a causa delle percosse subite durante la gravidanza, rimasta incinta di un secondo figlio, Maddalena decide finalmente di difendersi, protestando per i maltrattamenti inflitti dal marito e per le prevaricazioni dei famigliari di lui, pronti a giustificarne il comportamento. Fatto questo primo passo verso l'emancipazione, tutto diventa più semplice: Vincenzo s'invaghisce per un po' di un'altra donna lasciando Maddalena libera di costruirsi una famiglia vera con un nuovo compagno. La morte improvvisa di Vincenzo, non ancora rassegnato a perdere la moglie, mette fine a questa dolorosa storia, che lascia però a Maddalena lo strascico dell'anoressia.

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