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«Vi racconto mia madre Natuzza»

Dal nuovo libro del condirettore di Famiglia Cristiana Luciano Regolo intitolato "Il Gesù di Natuzza" (Edizioni San Paolo) pubblichiamo la commovente testimonianza di Salvatore Nicolace, primogenito della grande mistica calabrese scomparsa il primo novembre di dieci anni fa


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Dal libro di Luciano Regolo Il Gesù di Natuzza (Edizioni San Paolo) pubblichiamo in anteprima il capitolo dedicato alla commmovente e inedita testimonianza di Salvatore Nicolace, primogenito della mistica Natuzza Evolo, scomparsa all'alba del primo novembre del 2009, curiosamente il giorno in cui la Chiesa ricorda tutti i santi. 

Salvatore Nicolace è un uomo di poche parole. In questo, ma anche in tante altre cose, come lo sguardo “parlante” o la generosità istintiva, somiglia parecchio alla madre, Natuzza. Ne ho raccolto la testimonianza preziosa – poiché come figlio maggiore della mistica, nato nel 1945, i suoi ricordi affondano lontano nel tempo – soltanto nel maggio 2019, dopo un decennio di amicizia. Il racconto di Salvatore è semplice, ma estremamente vivo, ed entra immediatamente nel cuore, rispondendo a quesiti e accendendone altri. In ogni caso, è uno spaccato efficace in sé, più di tante “elucubrazioni”, per comprendere come la Evolo abbia combinato, nel quotidiano, la sua dimensione di madre di cinque figli dedita alla famiglia e il ruolo di missionaria d’ amore, l’ amore di Gesù che ha proiettato su chiunque Gesù le abbia messo sul cammino. La prima immagine di mia madre, che mi torna alla memoria, risale a quando avevo sei-sette anni. La rivedo come una bella donna, con i capelli corvini raccolti in treccia. Si andava insieme a prendere l’ acqua per poi portarla a casa, e io mi sentivo fiero di aiutarla. Ogni mattina, poi, la accompagnavo presto a Mileto, dove andava a Messa. Non capivo perché dovessimo fare tanta strada a piedi, quando c’ era la chiesa a Paravati. Un giorno le chiesi se c’ era qualcosa che non andava con il parroco, e lei: “No, ci fa bene camminare”. Se avesse percepito qualcosa, tanto non me lo avrebbe detto… In ogni caso, ancora oggi non so il perché di quella scelta. Quando veniva il parroco a benedire la casa, siccome non avevamo tante provviste, ci lasciava quattro uova tra quelle che gli avevano donato altre famiglie; noi non avevamo la gallina. E lei ringraziava sempre il Signore. Sempre in quel periodo, attorno ai miei sette anni, mia madre mi spiegò che lei “era un po’ la mamma di tutti” e perciò avrei dovuto avere pazienza perché doveva dedicarsi anche agli altri, per amore di Gesù. “Perciò quanti fratelli ho?”, le chiesi io, mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime: “Tutto il mondo”, rispose lei con un bellissimo sorriso. Ogni sera recitavamo in casa il Rosario e, una volta alla settimana, quello Perpetuo con le 15 poste [negli anni Cinquanta non c’ erano ancora i Misteri della Luce, introdotti da san Giovanni Paolo II, ndr]. Venivano tante altre persone anche da fuori Paravati. Fu una di quelle sere che vidi per la prima volta la mamma perdere i sensi. E io, che ero un bambino, mi preoccupai moltissimo, pensai che stesse male. Cadeva, invece, in una sorta di catalessi durante la quale parlava con voci diverse. Nessuno evocò mai delle entità, ma i defunti si presentavano per dire qualcosa ai loro cari, qualcosa che li avvicinava alla fede e alla preghiera o li faceva riflettere su come le cose terrene fossero di breve durata, mentre bisognava privilegiare l’ anima che invece dura per sempre. C’ era sempre il medico condotto del paese, il dottor Giuseppe Domenico Valente, che prendeva fitti appunti su un quaderno. Quando c’ era lui, si presentavano defunti di una certa cultura, gente che in vita era istruita o addirittura dotta. Ovviamente il loro linguaggio forbito colpiva moltissimo visto che la mamma era analfabeta. Tra queste Dante Alighieri, Benedetto Croce o Pasquale Enrico Murmura, poeta vibonese d’ ispirazione dannunziana, il medico santo Giuseppe Moscati, santa Teresina di Lisieux. Talvolta assistette anche un altro medico dallo stesso cognome, Nicola Valente, di Mileto, che poi scrisse un libro, pubblicato nel 1950, dal titolo, Natuzza Evolo, la radio dell’ altro mondo.

Le voci dell’ altro mondo richiamarono frotte di persone, anche medium di fama o fanatici dell’ occultismo, che si precipitarono dalla giovane Natuzza, certi che fosse una di loro, ma poi, dopo averla incontrata, se ne andarono delusi, oppure cambiarono del tutto atteggiamento verso l’ aldilà, non cercando più segnali e responsi spettacolari, ma la strada migliore per vivere “la vita che verrà” attraverso la fede e l’ amore per Dio1. Prosegue il racconto di Salvatore Nicolace: Mi ricordo che una volta eravamo da soli a casa tra di noi, in famiglia con la mamma e il papà e, dopo che attraverso le labbra di mio padre aveva parlato “Donna Francisca”, un’ anziana del paese defunta, sentimmo una voce dolcissima: “Io sono santa Rita”. Mi rimproverò perché non andavo tutte le domeniche a Messa, raccomandandomi: “Tu devi essere d’ esempio, guarda la tua mamma”. A quel punto, intervenne papà e disse: “Fate bene a rimproverarlo”. E la voce, ferma: “Zitto, tu che sei un peccatore!”. «A proposito degli eventi straordinari che hanno scandito la mia infanzia», prosegue Salvatore, mi ricordo che, attorno ai cinque-sei anni, eravamo con mio fratello Antonio sul lettone e ho visto avvicinarsi a me il volto di un bambino con gli occhi grandi, grandi, che mi sorrideva. “Lasciami in pace, per favore”, esclamai, piuttosto spaventato. E la visione scomparve. Lo dissi alla mamma e lei mi spiegò con molta semplicità che era Giorgio, il figlio della zia Maria Angela, morto da piccolo, che “aveva fatto una visita a tutti gli zii e i cugini”. La mamma smise di cadere in quelle sorte di trance nel 1960 e non sentimmo mai più parlare i defunti. Ci dissero: “Questa è l’ ultima volta che veniamo, torneremo quando sarete tutti riuniti”. Non comprendemmo il senso di questa espressione. Da allora, una sera alla settimana, tutto il paese si riversava in casa nostra per la preghiera, c’ erano i capannelli di persone fuori dalla porta e lungo tutta la via, ma non succedeva niente. Poi pensammo che intendessero una particolare occasione familiare, come il Natale, la Pasqua o un matrimonio in cui si cercava di riunire tutta la parentela. Ma anche questa “prova” si rivelò vana. Ricordo che in casa si diceva: “Si vede che non siamo degni”. Oggi, i miei fratelli e io siamo convinti che con quelle parole, “quando sarete tutti riuniti” si alludesse a qualcosa di molto più grande e profondo, forse la “resurrezione dei morti e la vita che verrà” del Credo cattolico. Va sottolineato, peraltro, che, proprio, quando scomparvero le manifestazioni dirette dei defunti, si acuirono le sofferenze mistiche di Natuzza e si estesero e divennero più evidenti le stigmate. Né, d’ altronde, la Evolo smise, nel quarantennio successivo, di ricevere dai “trapassati”, attraverso gli angeli, messaggi da riferire a chi andava da lei, a Paravati. Migliaia di persone testimonieranno di aver avuto, attraverso dettagli inequivocabili, la certezza che i cari scomparsi fossero vivi in Dio e continuassero ad amarli e a seguirli dal cielo, traendo da questa sensazione, non solo sollievo per il lutto, ma anche uno sprone a riappropriarsi intimamente della fede. Continua Salvatore Nicolace: Un altro episodio che mi è rimasto particolarmente impresso risale a quando avevo 11 anni. Era il dicembre 1956, e mio fratello più piccolo, Francesco, che tutti in casa chiamiamo Franco, ad appena otto mesi fu colpito da una grave forma di gastroenterite per via di un virus che si era propagato in tutta la zona. Il medico di famiglia, Giuseppe Domenico Valente, provò diverse terapie, ma nessun farmaco sembrava avere effetto. A un certo punto, come ultimo, disperato tentativo, gli praticò una flebo con una soluzione potente, usata anche dai veterinari contro le infezioni batteriche che si diffondevano tra le mucche. “Tanto, male non gli fa”, spiegò ai miei genitori. Ma neppure questo rimedio funzionò e la sera, verso le 22.00, comunicò ai miei genitori che Franco era deceduto. Papà piangeva e mi disse: “Vieni con me”. Scendemmo insieme nella sua falegnameria, dove già da un anno andavo ad aiutarlo a intagliare, quando realizzava cassapanche o altri lavori artigianali.

Si mise subito all’ opera per fare una piccola cassa per il suo bambino. La zia, Maria Angela, sorella di papà, aveva portato un vestitino nuovo per lui. Risalimmo a portare la cassa verso la mezzanotte. Alle 2.00 del mattino, mentre eravamo lì con tutti gli altri parenti e la mamma pregava muovendo le labbra in silenzio, inginocchiata, papà avvicinatosi alla bara, gridò: “Natuzza, Natuzza il bambino si muove! Sta respirando!”. Ed era davvero così: i miei fratelli e io vedemmo Franco drizzarsi, tutti gridarono di gioia. Qualcuno disse che era stata una morte apparente, ma non era così. Infatti, il più stupito fu il medico Valente che ne aveva dichiarato il decesso. Mamma non diede segno di eccitazione, non si lasciò andare ad alcuno sfogo, continuò a pregare come prima, per lei era come se non fosse accaduto nulla di straordinario. Aveva un’ incrollabile fiducia in Dio. Poi le uniche parole che disse furono: “È stato un miracolo”. E, ulteriormente incalzata da noi tutti, aggiunse, che aveva invocato sant’ Antonio di Padova, il quale aveva ottenuto la “guarigione” di Franco da Gesù con l’ intercessione della Vergine. È curioso notare una certa analogia tra questo episodio e quello vissuto da san Francesco di Paola, patrono della Calabria, particolarmente caro a Natuzza sin dall’ infanzia. Il fondatore dell’ Ordine dei Minimi aveva un nipote, Nicola, figlio della sorella Brigida, che gli aveva manifestato il desiderio di abbracciare con lui la vita religiosa, ma la madre non glielo aveva permesso. Un giorno cadde ammalato e morì. Se ne celebrò il funerale nella chiesa di Paola costruita da Francesco ma, quando fu l’ ora di tumulare il feretro, il santo, vedendo lo strazio della sorella, le chiese: “Se tornasse in vita, lo ostacoleresti ancora nella sua volontà di consacrarsi al Signore?”. Brigida, in lacrime, gli rispose che, pur di vederlo felice, avrebbe accolto gioiosa ogni sua scelta e che rimpiangeva la durezza con cui aveva trattato il figlio in passato. San Francesco, allora, ordinò che il corpo di Nicola fosse portato nella sua cella. Davanti al cadavere pregò e gemette a lungo. Infine uscì con accanto Nicola, vivo e allegro, che abbracciò la madre. Di lì a breve il giovane prese i voti2. «Ogni anno», continua nei suoi ricordi Salvatore, la mamma come si usava allora preparava la conserva di pomodoro e anche le melanzane sott’ olio. Quand’ era in attesa di Francesco avevamo anche qualche gallina, un cane lupo che avevano regalato a papà a Palmi, e una capretta. Il cane aveva un’ aria feroce e ringhiava a chiunque si avvicinasse. Solo mia madre, nonostante avesse avuto sempre un certo timore dei cani, poteva avvicinarsi a dargli da mangiare, perché, appena la vedeva, si placava all’ istante. A un certo punto, i miei lo diedero allo zio Ciccio perché lo portasse nella sua casa in campagna: non potevamo più tenerlo perché divorava le galline. Pure la capretta si comportava in modo strano, quando la mamma doveva mungerla, lei, spontaneamente, balzava su un tavolino, in modo che non facesse fatica ad abbassarsi, dato che era incinta. Una volta, poi, lasciò di sasso tutti i presenti, perché in falegnameria, davanti al camino, raspando con la zampetta compose in modo nitido la scritta “Ave Maria”. I figli di Natuzza si accorsero solo casualmente che lei era in grado di girare a mani nude i peperoni mentre si arrostivano sulla brace o quanto stava cuocendo nel forno, senza riportare alcuna scottatura. Anna Maria la sorprese diverse volte a chiedere a Gesù, mentre sbucciava i piselli, che per ciascuno di essi salvasse un’ anima, e ripetere la stessa preghiera mentre raccoglieva gli aghi di pino caduti davanti alla casetta in cui alloggiava in Sila nel mese di agosto. Anche questo intenso e misterioso rapporto della Evolo con la natura in tutte le sue componenti, il senso innato di cercare e riconoscere il Creatore nel creato, entrando in un’ armonia imperscrutabile con tutto ciò che aveva intorno, richiamano alcuni tratti tipici di san Francesco di Paola: basti pensare ad alcuni famosi episodi della sua vita, riportati nelle testimonianze raccolte durante il processo di canonizzazione.

Come quello di “Martinello” un agnellino al quale era affezionatissimo che preso, arrostito e mangiato da un gruppo di uomini che lavoravano a un cantiere nel convento, egli riportò in vita imponendo le mani sulle ossa e gli avanzi rimasti nel forno. Senza contare il passaggio dello Stretto di Messina “a bordo” del proprio mantello assieme ai confratelli con cui andava ad aprire una nuova comunità a Milazzo, poiché nessun barcaiolo aveva voluto trasportarli; o, ancora, la meraviglia del messo papale venuto a indagare sui suoi prodigi vedendolo prendere carboni ardenti in mano; o di re Ferdinando I d’ Aragona, nel 1481, quando spezzando il santo una moneta d’ oro in due, ne uscì del sangue, mentre diceva: “Sire, ecco di che cosa è pieno questo denaro!”. Nel 2005, da uno dei dialoghi mistici di Natuzza con Gesù, fra l’ altro, riaffiorò un singolare dettaglio che lei aveva taciuto a lungo. Il Signore infatti le appare dicendole: «Amore mio, perché piangi? ti ricordi quando hai accarezzato un passerotto morto ed è ritornato in vita? [...] Tu fai rinascere le persone morte nel profondo, dal peccato...»3. Dettando queste parole al registratore per la trascrizione del colloquio, Natuzza fu costretta ad ammettere che aveva avuto così la conferma di uno strano episodio accadutole quand’ era piccola e, in campagna, avendo trovato un passerotto a terra che non dava più segni di vita; si era commossa fino alle lacrime e l’ aveva preso con tenerezza tra le mani. Di colpo, però, l’ uccellino aveva spiccato il volo, allegro e pieno di vita, proprio come lei aveva desiderato di vederlo... «Sempre al periodo in cui avevo 11 anni», continua Salvatore, risale un altro fatto che attirò molto la mia attenzione. Una gallina, appena la mamma si avvicinò a lei fece un uovo sul cui guscio ben visibili erano tracciati i contorni di un’ ostia consacrata con il monogramma del nome di Gesù, IHS, e una croce, un disegno molto simile a quello ricorrente nelle emografie che si componevano su fazzoletti e biancheria a contatto con la mamma. Finché i miei fratelli più piccoli non sono cresciuti, cercavo di aiutare la mamma, sempre impegnata ad ascoltare e confortare le persone che venivano, occupandomi di loro facendoli giocare. Antonio, che è quello più vicino a me d’ età, non si accontentava mai. Mi ricordo di quando lo facevo volteggiare usando una coperta, oppure di quando lo portavo in giro con una carriola che ci aveva fatto papà. Ogni tanto accadeva qualche “incidente” che per fortuna finiva bene e, quindi, mamma e papà ridevano. A Franco e Angela che erano i più piccoli ho fatto ancora di più da baby sitter; avevo anche imparato a stirare per dare una mano alla mamma, a stendere la biancheria lavata, fin quando poi, a diciannove anni, non sono partito per il servizio di leva militare. Le scuole medie le ho frequentate a Mileto, le superiori a Vibo Valentia, dove ho frequentato la Ragioneria. Ebbene, nonostante la mamma fosse presa dalla sua opera e, ripeto, non avesse mai studiato, ha seguito tutti noi nel percorso scolastico, andava a parlare con i professori, ci spronava a fare i compiti. Mi ripeteva: “Ricorda che l’ insegnante ha sempre ragione”. Quindi, con lei era inutile trovare scuse, o dire che un cattivo voto era dovuto alla scarsa simpatia di un docente nei miei confronti. Un giorno, poi, avevo marinato le lezioni ed ero andato a giocare a carte; a un certo punto vidi arrivare e mia madre di corsa, tutta trafelata, con una bella verga in mano. “Vai a studiare!”, mi disse. L’ angelo l’ aveva avvertita che mi trovavo lì e lei si era precipitata. Era come se il suo mettersi al costante servizio del prossimo fosse ricompensato da questi aiuti del cielo nella vita domestica. I fratelli di Salvatore mi raccontarono di averla vista più volte parlare con persone che avevano bisogno e, nello stesso tempo, entrando in cucina, trovarla lì tra i fornelli. Angela mi riferì che un giorno che aveva aiutato l’ intera mattinata la mamma e alcune devote a pulire la cappellina con la statua della Madonna, il padre, Pasquale, tutto contento le disse: «Finalmente la mamma ha dedicato un po’ di tempo anche a me, siamo stati assieme tutta la mattina».

Racconta ancora Salvatore: A Pasqua, il mio compito, era battere a macchina quanto la mamma aveva dettato durante i 40 giorni della Quaresima ad Anna Maria che scriveva tutto a mano: i messaggi di Gesù e della Madonna, come avvenivano le apparizioni e che cosa mia madre vedeva di volta in volta. Poi dovevo portare il dattiloscritto al vescovo di Mileto-Nicotera- Tropea, monsignor Vincenzo Di Chiara, e attendere se autorizzava a diffonderne il contenuto integralmente o se invece bisognava ometterne delle parti o non diffon- derlo. Quest’ ultima eventualità non si è mai verificata, il vescovo diede sempre il suo assenso per distribuire la totalità del dattiloscritto e solo in rare occasioni fece qualche osservazione. Prima che io battessi a macchina, a partire dal 1965, si distribuiva il manoscritto di Anna Maria in ciclostile. C’ erano anche dei messaggi in cui Gesù rimproverava i sacerdoti; allora una volta chiesi alla mamma: “Ma si possono portare al vescovo?”. E lei: “Non sei tu o io a decidere”. Non aggiunse altro. Se il vescovo non avesse dato il suo permesso, lei ne avrebbe di certo rispettato la volontà. Dal 18 agosto 1970 iniziai a lavorare a Messina e quindi a Paravati andavo una volta al mese con la mia auto. Un giorno mia madre mi disse: “Non venire più di venerdì perché la Tentazione mi fa vedere la tua figura sfracellata sull’ asfalto. Perciò o vieni due giorni prima, il giovedì, oppure il sabato. Il diavolo per farle paura e spaventarla le faceva credere che io avrei avuto un incidente stradale durante il viaggio, oppure che avrebbe fatto in modo che mi capitasse, e il venerdì non vedeva l’ angelo che avrebbe potuto fugare la sua ansia. Una volta che la mamma venne a Messina con me, l’ accompagnai da padre Giuseppe Tomaselli, il salesiano che poi sarebbe diventato suo direttore spirituale.

A Paravati, arrivando il sabato quasi all’ ora di pranzo e andando via la domenica nel primo pomeriggio, a volte non c’ era neppure il tempo per parlare con lei. La sera stessa però le parlavo al telefono, almeno così si poteva avere una conversazione tranquilla. Una mattina, mettendomi i jeans, mi accorsi che, sul muscolo della gamba destra, si era formato come un gonfiore, una sorta di palla. Chiamai la mamma e glielo dissi. Lei mi tranquillizzò, non dovevo preoccuparmi: “Tuo padre ha una cisti così, un accumulo di grasso, alla schiena da una vita e non è niente. Non la toccare!”». Giorni dopo, un compare, amico di famiglia, Gennaro, mi chiese di accompagnarlo da un dermatologo a Messina e, dopo la sua visita, cominciò a insistere: “Perché non ti fai controllare?”. Io rifiutai, ma loro insistettero talmente tanto che accettai. Così mi sottoposero a un agoaspirato per stabilire se quella cisti avesse una natura benigna o maligna. In effetti era un accumulo adiposo innocuo. Dopo un paio di settimane, però, cominciai a sentire un forte dolore e così telefonai a mia madre: “Che cosa ho?”. E lei: “Ti avevo detto che non avevi niente, e che non andava toccata, ora vai di corsa dal medico perché si è infettata tutta la parte ed è molto pericoloso”. Rimasi malissimo: non è che non le avessi creduto, il problema era che mi ero lasciato convincere e dovettero operarmi d’ urgenza e darmi dodici punti di sutura. Me la presi con la mamma in un momento molto doloroso della mia vita. Pina e io ci eravamo sposati da cinque anni, ma non arrivavano bambini. Andammo più volte a sottoporci a esami al Policlinico Gemelli, sotto osservazione di uno stimato medico come il professor Giulio Maira. Finalmente, nel 1977, Pina restò incinta e al controllo a Roma ci dissero: “Se non sono tre, di sicuro sono due”. Al sesto mese e qualche giorno, però, Pina si sentì male. Venne un professore di Catania e la visitò in casa, sostenne risoluto che il bambino era uno, nonostante gli spiegassimo più volte che ci avevano detto che si trattava di una gravidanza gemellare. Dopo la visita, verso le 18.30, era il 30 novembre, le vennero le doglie, la portai a Catania e stava per partorire in macchina. Ci ritrovammo in una clinica, dove fra l’ altro, lavorava il professore che era stato da noi. Facemmo appena in tempo a uscire dall’ ascensore, che aveva partorito due gemelline, una di un chilo, l’ altra di 950 grammi. Tuttavia, in quella struttura non disponevano di incubatrici singole. Pertanto, dicevano, era inutile tentare perché non sarebbero sopravvissute. Telefonai ai principali ospedali di Catania, ma inutilmente. Allora, un po’ prima della mezzanotte, m’ imposi con forza e ottenni che entrambe fossero messe nell’ incubatrice con altri prematuri. Le chiamammo una Fortunata, l’ altra Maria Stella, come le due nonne. Fu mia suocera, Maria Stella Di Masi, a scegliere i nomi, poiché si trovava da sola quando glieli chiesero. Sono vissute una fino al 4 dicembre, l’ altra fino all’ 8 dicembre 1977. Fu un dolore immenso. Io mi arrabbiai con la mamma: “Perché non ti hanno almeno avvisato? Se non altro ci saremmo preparati al peggio”. E lei: “Voi e io siamo come tutti gli altri, queste cose sono parte della vita, doveva andare così. Vi guarderanno sempre dall’ alto, vedrai”.

Non aggiunse altro, i suoi occhi si levavano al cielo, come per intendere che noi umani non possiamo comprendere i disegni di Dio. Fortunata e Maria Stella, di cui conserviamo una foto tra le nostre cose più care, le abbiamo seppellite nel cimitero di Catania in una cappella dedicata a san Giuseppe. Anni dopo siamo andati a trovarle tutti insieme, Pina, io, e i nostri altri due figli, Pasquale, nato nell’ 80, e Andrea, nell’ 83. La mamma ci disse che le gemelline erano molto contente perché, anche se non erano lì con i resti dei corpicini, ma erano sempre con noi e tra noi, provavano felicità per questo gesto d’ affetto e unione con loro di tutta la famiglia. Subito dopo la morte delle gemelline, Pina ebbe un’ altra gravidanza e io la lasciai a Paravati, perché stesse il più possibile a riposo nei primi periodi. Ma purtroppo ebbe un aborto spontaneo dopo un paio di mesi. In seguito, cominciò ad accusare spesso uno stato di confusione e perdita di latte dal seno. Mamma ci disse di dirlo subito al professor Maira. Le fecero dei raggi alla testa e si scoprì che aveva un lipoma all’ ipofisi, proprio alla base del cranio. Di nuovo persi la calma con la mamma: “Ma come ti dicono sempre tutto e non ti avvisano di una cosa così? ti rendi conto che ho perso i miei bambini per questo?”. Mamma, con dolcezza e pazienza infinite, guardandomi in un modo che non potrò mai dimenticare, perché era evidente che partecipasse nell’ intimo, con tutta se stessa al dolore di Pina e mio, mi disse: “No, non mi dicono tutto, ma solo ciò che vuole il Signore. E se non me lo dicono come faccio a saperlo io e ad avvertirti?”. Mia moglie fu sottoposta a un intervento delicatissimo che coinvolse in tre punti anche la zona midollare e durò ben otto ore, ma andò tutto nel migliore dei modi e dopo sono arrivati altri due bambini, la nostra più grande gioia. Nei primi anni Duemila, mi trovavo in Sila e mi ero messo a tagliare erba nel giardino della nostra casetta di montagna con una piccola falce e poi la portavo vicino alla rete per accumularla e fare una bella pulizia. Mentre ero preso da questo lavoro mi volò via l’ anello che mi aveva regalato la mamma. La chiamai subito e le dissi che avevo perso il suo dono. Lei, sempre con il suo tono di voce calmo, mi rispose: “Salvatore, non preoccuparti, perché appena potrò te lo ricomprerò”. Circa sei mesi dopo, mi chiamò mio figlio Andrea: sopra il biliardo, nella nostra casa in Sila, aveva trovato l’ anello come se qualcuno l’ avesse appoggiato ben in vista per farcelo trovare. Chiamo la mamma e lei: “Sì, sono state le gemelline, io le ho viste e mi hanno detto che ci avrebbero pensato loro. Lo hanno trovato e ve l’ hanno messo lì, sul biliardo. Sono due angeli in cielo e pregano per tutti noi”. Impossibile non ripensare alle parole che mi aveva detto alla loro morte.

Durante il periodo pasquale, più avanti negli anni, mi sono trovato a Paravati tante volte, ma anche quand’ ero lì il Venerdì santo, mentre mamma viveva con Gesù la sua morte e crocifissione, non sono mai riuscito a entrare nella sua stanza, non sopportavo di vederla soffrire in quel modo, perciò pregavo fuori dietro la porta. Il tutto durava tre ore e mezza, dalle 12.00 in poi. Aveva la tosse ed era come se soffocasse, si sentivano i sibili. Attorno a lei c’ erano sempre le mie sorelle, i dottori, i sacerdoti. “Perché tutta questa sofferenza?”, pensavo tra me e me. In più temevo che qualche volta potesse morire davvero, che restasse soffocata. Una volta si sentì anche un coro bellissimo di voci angeliche. Una Domenica delle Palme mi presentai a casa della mamma all’ ora di pranzo, ma bussavo e nessuno mi apriva. Io insistevo perché sapevo che c’ era qualcuno dentro: Pina si era rotta il polso e portava il gesso, così era rimasta con la mamma, che per le sofferenze mistiche non poteva muoversi, in modo da poter seguire la Messa in tv, mentre tutti gli altri eravamo andati in chiesa. Finalmente la porta si aprì. Poi mia moglie mi raccontò che, mentre mi aspettavano, la mamma le aveva detto: “Inginocchiati che c’ è Gesù”. Le si era aperto il ginocchio e c’ era tutta una scia di sangue che scendeva dalla gamba alla caviglia e poi lungo il pavimento. Comunque, anche se le avessimo fatto delle domande più precise su questa realtà misteriosa che viveva, sono sicuro che avrebbe cambiato discorso, perché fu sempre molto riservata su questo argomento. Ricordi molto belli che condivido con mia moglie sono anche quelli legati ai periodi trascorsi da mamma nella nostra casa a Roma. Una volta volle accompagnare Pina nel grande centro commerciale vicino e si guardava attorno tutta spaesata. Veniva per farsi curare all’ IdI (Istituto dermopatico dell’ Immacolata) per il forte prurito di cui soffriva. Ma poi, in realtà, una volta qui, persino in ospedale, si dedicava ad assistere gli altri ammalati e le persone che soffrivano per crucci o dispiaceri di vario genere.

Se le facevamo notare che non poteva stancarsi, ci faceva capire che non era lì per curarsi, ma per un altro tipo di missione. Anche con le suore clarisse costruì un bellissimo rapporto qui, a Roma. Negli ultimi giorni di vita, alla fine dell’ ottobre 2009 si trovava ricoverata alla clinica Sant’ Anna di Catanzaro. Era evidente che non c’ era più molto da fare, quindi mi sentii in dovere di insistere per farla tornare a Paravati, pensando che volesse congedarsi da questa terra lì dov’ era sempre vissuta e dove aveva realizzato l’ opera indicatale dalla Madonna. Appena entrai nella sua camera per dirle che tornava a casa, lei si era già messa a sedere sul letto per andare via. Si mise in viaggio in autoambulanza, ma appena entrata nell’ Auditorium della Fondazione Cuore immacolato di Maria rifugio delle anime, davanti alla statua della Vergine, per un po’ fu come se si fosse ristabilita del tutto, parlò con una donna che era lì in preghiera come se nulla fosse, sembrava davvero guarita. Invece il mattino dopo alle 5.00 in punto del giorno di Ognissanti si è spenta, mormorando ancora una volta il nome di Gesù e Maria, dialogando quindi con loro fino al suo ultimo istante su questa terra. Manca moltissimo a noi tutti, ma è sempre viva nel nostro cuore e credo in quello di tutti i figli spirituali sparsi nel mondo e legati a lei da un commovente amore senza fine.

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