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"Così abbiamo aiutato a nascere Testimony Salvatore"

"Tutti, dall'ammiraglio all'ultimo mozzo della nave, hanno sfilato davanti a quel bimbo nato nella notte di Natale, con gli occhi umidi"


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Nella foto in alto: la dottoressa Maita Sartori con il piccolo Testimony Salvatore (Copyright Fondazione Rava).

"E' stato tutto molto veloce. Alle 23.41 del giorno di Natale il bimbo è nato. Un'emozione... un'emozione che si fa fatica raccontare". Nel suo ambulatorio dell'Asl di Collegno, alle porte di  Torino, la dottoressa Maita Sartori rievoca quei giorni frenetici trascorsi in mezzo al mare che ancore girano nella memoria. E' la vigilia dell'Epifania, ma la ginecologa ha un po' di visite in "arretrato": "Sa, mi sono consumata tutte le ferie andando in missione sulla nave Etna". Toscana di origine calabrese, mamma di tre figli e moglie di un collega ginecologo, la dottoressa ha un passato di medico volontario in Africa e in America Latina e non è nuova a certe esperienze. "Ma questa storia...beh, questa storia è davvero indimenticabile, una delle più toccanti in assoluto". Maita ripercorre per noi il film di quel parto in mare aperto, nella sala attrezzata sul ponte di una nave della Marina Militare Italiana, che è un po' il simbolo e l'orgoglio di noi italiani, come ha ricordato lo stesso capo dello Stato Napolitano nel suo discorso di fine anno. Della sua équipe faceva parte anche l'ufficiale medico Serena Petricciuolo, citata dal presidente come italiana esemplare la sera di San Silvestro. E di italiani esemplari, quella notte, su quella nave adibita al salvataggio dei migranti, ce n'erano parecchi.

Ma andiamo avanti con il film, che sembra diretto da Frank Capra, il regista de La vita è meravigliosa: "Subito dopo il parto, mentre il neonato strillava, abbiamo telefonato e dato l'annuncio al comandante della nave Fabio Farina, che a sua volta ha dato subito notizia all'ammiraglio Pierpaolo Ribuffo, il capo della missione, anch'egli a bordo della Etna". Ora Maita rievoca quel dialogo al telefono breve e concitato, con il sottofondo degli strilli e degli applausi dei sanitari.
- "Comandante, è nato"
- "Com'è andata dottoressa? Il piccino sta bene?".
- "Bene comandante, però adesso deve suonare la sirena o non mi muovo di qui fino al prossimo parto!"
- "Dottoressa comandi, la suono subito!".

L'ululato della sirena, nella notte scura del Canale di Sicilia, ha prodotto come una sorta di fluido vitale in tutta la nave. "La notizia è passata di bocca in bocca. Una grande emozione ha contagiato  tutti. La stanchezza è passata in un attimo, dai marò ai marinai, dall'ammiraglio fino all'ultimo mozzo. Quello che mi ha colpito è che tutto l'equipaggio ha voluto vedere il neonato. Ufficiali, militari, poliziotti, tutta gente abituata alla vita militare, con anni e anni di vita di mare, tutti a far la fila davanti a quel bimbo, commossi e felici, con gli occhi umidi.  Tutte le loro preoccupazioni per essere lontani dalla famiglia, anche a Natale, scomparivano. Ho sempre notato in loro uno spirito di servizio,una solidarietà commovente. Il loro lavoro con i migranti è visibile. E' un aspetto che mi ha molto colpito. Professionali e disponibilissimi con tutti, anche nei momenti più difficili."

Come ci era finita su quel ponte Maita? "Mio marito Pietro, anche lui ginecologo, ha ricevuto una mail della Fondazione Rava, che chiedeva collaborazione per la missione Mare Nostrum (poi divenuta Triton ndr). La cosa ci ha subito interessato. Siamo andati insieme a Milano presso la sede della Fondazione e abbiamo lasciato il curriculum. Pietro ha subito trovato posto ed è partito per 15 giorni. Si è imbarcato sulle navi San Giusto, San Giorgio ed Etna. Quando è ritornato mi ha raccontato cose molto toccanti, emozionandosi ogni volta che le ripeteva. E così, al suo ritorno sono partita io, toccava a lui prendersi cura dei miei tre figli. Aveva ragione. Mi sono imbarcata sull'Etna e ci sono rimasta tre settimane, prolungando poi il soggiorno oltre Natale in attesa del cambio di una collega.

"Nelle nostre conversazioni a bordo si parlava molto della questione e dei problemi delle migrazioni, che qui toccavamo con mano e attraversavano la nostra vita. I nostri discorsi andavano spesso alla tragedia al largo di Lampedusa dell'ottobre del 2013. A bordo della Etna c'erano parecchie persone che avevano raccolto i cadaveri in mare. Quello delle migrazioni è  una questione antica come il mondo. Le migrazioni non si fermano. L'uomo scappa dalla guerra, dalla fame, dalla tortura, cerca un futuro migliore. Tra noi sanitari e i migranti salvati e tratti a bordo non c'era un rapporto diretto. Le donne in particolare sono molto riservate. Anche perché quando li visitavamo eravamo bardati come astronauti.  Qualcosa però trasmettevamo. Per noi e per loro lavoravano gli occhi. Ci guardavamo e alla fine il contatto, il dialogo avveniva. E' avvenuto anche per le due mamme che abbiamo aiutato a partorire sulla Etna,  Lucia, eritrea di 20 anni, e Kate, nigeriana di 28, che si sono avvicinate a noi quando hanno capito da che parte stavamo. E così hanno cominciato a raccontarci della loro avventura.

"Lucia e Kate sono donne che hanno sfidato il deserto sole, senza compagni. Lucia cercava di raggiungere il marito partito prima di lei, mentre Kate ha abbandonato il suo villaggio per prima con la figlioletta, incinta, mentre il marito l'avrebbe raggiunta dopo. Partono in gravidanza. Perché? Sono imprudenti? Me lo sono chiesta tante volte. Ho provato a darmi qualche risposta. Probabilmente pensano che il viaggio sia più breve, non sanno che è lunghissimo e massacrante. Spesso sono all'inizio della gravidanza e arrivano a destinazione quando sono al nono mese. Però ho capito anche che la loro tempra, che è la tempra delle donne, è inarrestabile. E in fondo anche mia madre è immigrata al Nord, è salita sul treno con due figlie piccole alla stazione di Follonica, diretta a Torino, bruciandosi i ponti alle spalle. Le migrazioni storicamente sono inarrestabili, l'uomo va dove sta meglio e in genere sono le donne che partono per prime o che spingono a partire. Specialmente le donne che portano in grembo la vita".

Come accennato, il parto del 25 dicembre era stato preceduto da una precedente nascita, quello Haloniab Mosé (salvato dalle acque), figlio di Lucia, giovane eritrea, il 16 dicembre. "Anche se eravamo al secondo parto l'emozione era la stessa.  Lo staff sanitario era composto sia da uomini che da donne (tre medici e due infermieri più una sorella della Croce rossa italiana, di turno in quel momento). La struttura sanitaria era un piccolo ospedale da campo sul ponte della nave, dentro un grosso hangar. C'era una camera di bio contenimento in caso di malattie contagiose e uno spazio di sei metri per sette diviso con delle tende, la zona parto dove è nato la notte di Natale Testimony Salvatore. Doppio nome scelto dalla madre: inglese e italiano. La puerpera ci ha chiesto qual è il nome che dà più l'idea del Natale e del luogo dove ci trovavamo, non lontano dalla Sicilia. Noi gliene abbiamo suggerito qualcuno e lei ha scelto quello di  Salvatore (in Sicilia lo chiamerebbero Turiddu). Kate è molto riservata, molto determinata. Nel suo Paese fa la parrucchiera, aveva consuetudine a parlare con le persone ed era molto precisa nel farci domande circa la salute del suo bambino. Noi l'abbiamo rassicurata.  A un certo punto ci ha detto che aveva dei dolori alla pancia che andavano e venivano. Ci siamo, ho pensato. Le ho chiesto se potevo visitarla perché mi sono accorta che aveva le contrazioni. Era il quarto figlio, poteva avvenire da un momento all'altro. Lei mi ha chiesto perché la visitavo. Non era diffidenza. Voleva capire, voleva esserci, capire, per poi collaborare. "Ok. I push when the baby push", spingo quando il bambino comincia a spingere, mi ha detto. Le donne devono essere libere di seguire il loro travaglio, a noi operatori sanitari il compito di controllare che tutto avvenga con la massima sicurezza possibile durante il parto. Anche la signora nigeriana ha seguito il suo travaglio. Abbiamo scoperto che aveva una sorella a bordo. E' arrivata e ha badato alla sua bambina di un anno e mezzo che non si staccava mai da lei ed era un po' spaventata dai nostri camici e dalle nostre mascherine. Quante volte mi hanno chiesto di raccontare questa esperienza nel quadrato ufficiali!".

"Quando ho detto che partivo per Lampedusa", prosegue Maita, "tutti mi dicevano: che cosa bella che fai. Mi sembra di poter dire che ho fatto solo il mio lavoro, certo in un contesto particolare, ma lo spirito è lo spirito di servizio. Amo il mio mestiere, mi piace quel che posso dare e ho trovato l'occasione per poterlo dare. Mi hanno appassionato due cose: l'esperienza umanitaria e anche la vita di mare della Marina, non posso nasconderlo. Sono molto grata alla Fondazione Rava che mi ha datola possibilità di vivere un'esperienza così bella per me e la mia famiglia. Sono orgogliosa di aver contribuito all'obiettivo della Fondazione, come dice la presidente Vittoria Rava, di assicurare un presidio medico e umanitario in prima linea finché ci saranno bambini e mamme in pericolo in mare.

Entrambi i bambini, Haloniab Mosé e Testimony Salvatore, sono stati battezzati dal cappellano di bordo, don Paolo Solidoro. "A don Paolo ho chiesto: "Quanti battesimi ha fatto sulle navi?" E lui: purtroppo battesimi solo due, ma morti ne ho assistiti tanti. Anche lui si è sentito sollevato per le due nascite. Ha visto una speranza, un futuro per questa gente Una nascita apre sempre il cuore. Per accogliere un bambino ci vuole sempre una comunità, un villaggio, come in un presepio. E in questo caso il villaggio è stato una nave intera, la nave Etna della Marina Militare Italiana".

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