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«Uomini che vanno a prostitute: non chiamateli "clienti"»


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Gentile direttore, ho letto l’ inchiesta sulla prostituzione. Non sapevo che ci fosse già una proposta di legge in merito. Che tristezza! Sono pienamente d’ accordo con quanto afferma suor Rita Giaretta sul bisogno che c’ è di «una seria educazione ai sentimenti, alla relazione, al riconoscimento e al rispetto dell’ altra/o». Se si imboccasse questa strada sono sicura che non solo avremmo meno prostituzione, ma anche meno femminicidi, forse anche meno bullismo.

C’ è una cosa che mi irrita tantissimo: le donne sono definite prostitute, mentre gli uomini che si accompagnano a loro sono chiamati clienti. Ma non sono clienti, sono prostituenti e qualche volta purtroppo anche pedofili perché si accompagnano a ragazze minorenni.

GABRIELLA

Il titolo della nostra inchiesta, che partiva da un progetto di legge per riaprire le cosiddette “case chiuse”, era “La dignità non è in vendita”. Papa Francesco, a proposito di chi alimenta questo triste business, ha parlato di «criminali che torturano le donne». E si riferiva sia agli sfruttatori, sia ai clienti. Parola, quest’ ultima, che come scrivi tu, Gabriella, è un po’ troppo edulcorata rispetto alla realtà. Il termine prostituire, in effetti, deriva dal latino e significa “mettere in vendita”. Ma non si tratta di un mercato qualsiasi ma, appunto, della dignità della persona. Che non può mai essere oggetto di compravendita. C’ è bisogno di un’ educazione ai sentimenti, al rispetto dell’ altro, come afferma suor Rita, e anche che sia fatta giustizia a favore di queste donne schiavizzate. Che significa sgominare il mercato della tratta e della prostituzione, ma anche la complicità dei cosiddetti clienti, o prostituenti, che lo alimentano.

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