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Uno Slalom tra le fragilità dei genitori

Cbm ha avviato da un anno un progetto rivolto a famiglie fragili che si avvicinano alla nascita di un figlio. Un approccio integrato le aiuta a trovare i corretti equilibri relazionali


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La nascita di un figlio, la complicata elaborazione dell'emozione che questa inevitabilmente comporta, la destabilizzazione più o meno temporanea degli equilibri relazionali: il progetto Slalom è la strada intrapresa da Cbm, Centro per il bambino maltrattato e la cura della crisifamiliare di Milano, per evitare i rischi di abusi e violenze potenziando le competenze genitoriali pre e post partum. Le neo mamme e i neo papà con fragilità connesse alla presenza di disturbi mentali e/o dipendenze da sostanze sono più facilmente "vittime" impreparate dell'urto che la nascita provoca, così che il bambino diventa, ovviamente senza averne colpa alcuna, un fattore scatenante di crisi. A un anno dalla nascita del progetto abbiamo intervistato Alberto Penna, lo psicologo responsabile di Slalom.


Partiamo dal nome... perché Slalom?
«Quando abbiamo cominciato a mettere insieme le idee del progetto avevamo in mente tutto quel mare di difficoltà da cui rischiano di essere travolte le mamme. Insieme, volevamo iniziare un percorso per schivare i paletti che la vita pone di fronte a ciascuno, prima o poi. In particolare, l'obiettivo fondamentale era un intervento rivolto alle mamme "fragili" nel momento delicato della nascita di un figlio, soprattutto un primo figlio».

Chi sono per voi le mamme "fragili"?
«Tutte quelle donne che provengono da percorsi più o meno gravi di dipendenze varie, dall'alcol alla droga, o che hanno avuto problemi legati alle malattie mentali. Le due "tipologie" su cui abbiamo concentrato i nostri sforzi hanno già una collocazione di cura perché sono già in carico, rispettivamente, ai servizi dipendenze o ai cps. Noi abbiamo deciso di occuparcene in modo trasversale, insistendo sulle problematiche che riguardano la genitorialità, la prevenzione rispetto alla depressione post partum e l'ipotetico caso futuro di maltrattamenti».

Quale approccio avete individuato?
«Siamo partiti mettendo insieme tutti quegli enti che, a diverso titolo, normalmente si prendono cura soltanto di alcuni "pezzi" di queste situazioni: in questo caso, il cps dell'ospedale San Paolo di Milano, il servizio tossicodipendenze di Conca del Naviglio, la clinica Mangiagalli dove tante mamme partoriscono e SpazioPensiero, un cooperativa sociale che non si occupa specificatamente di patologia ma ha un punto di vista privilegiato sulle realtà che interessano a Cbm in virtù degli incontri e dei gruppi di parola e gioco per bambini e adulti che loro periodicamente organizzano. Infine abbiamo ricevuto un cofinanziamento alla realizzazione del progetto da parte della Fondazione Cariplo».

Ci spiega come funziona tecnicamente la presa in carico dei casi? Come li individuate e quali "step" si susseguono?
«Dopo approfondite ricerche per stabilire dei protocolli quanto più condivisi e uniformi possibili, si è stabilito che le segnalazioni arrivassero direttamente da uno degli enti coinvolti: a ogni equipe di progetto spetta poi il delicato compito della valutazione sull'opportunità o meno della presa in carico».

Una volta che la donna, la famiglia, entra "ufficialmente" nel progetto cosa succede?

«Le azioni sono diverse e vengono ritagliate su misura a seconda delle necessità e delle peculiarità che ogni caso presenta. Intanto c'è l'home visiting: visite a domicilio da parte di educatrici che iniziano due mesi prima del parto e si protraggono per i nove successivi alla nascita. A completamento, offriamo consulenza psicologica per accompagnare la mamma nella presa di coscienza del proprio ruolo: in contesti familiari spesso già fortemente "segnati", la nascita di un figlio può essere fonte di ulteriori frustrazioni e causa di strani "giochi" all'interno della mura domestiche. Infine, ci sono gli spazi messi a disposizione dalla cooperativa sociale: i genitori coinvolti in Slalom hanno l'opportunità di partecipare agli incontri proposti, aperti anche ad altri, nella speranza che proprio dal confronto e dalle testimonianze degli altri possa innescarsi un circuito virtuoso delle emozioni. Sia chiaro che tutti questi step possono anche non essere accettati dalla famiglia tutti insieme: c'è chi accetta più facilmente che un'educatrice entri nella sua casa per dare dei suggerimenti sulla relazione madre-figlio e chi invece trova che una consulenza sia troppo intrusiva. Succede così che ci siano casi presi in carico esclusivamente dall'equipe dell'home visiting e altri che si sottopongano solo alla consulenza psicologica».

Dopo un anno, seppur con tutti i limiti delle generalizzazioni, che tipo di risposte avete riscontrato?
«Il primo dato è che gli operatori sono tutti molto contenti: il clima che si è creato già nella fase di progettazione è stato ottimo. Nonostante gli inevitabili conflitti sulle modalità operative di ciascun ente che è abituato a muoversi secondo le proprie logiche e con le proprio dinamiche, ha sempre prevalso l'interesse del progetto anche in virtù della curiosità manifestata da tutti gli attori in campo per il punto di vista altrui. Un effetto "collaterale" di Slalom è trovare un sistema in grado di agganciare persone con cui nessuno dei servizi coinvolti riesce a mettersi in contatto, escludendoli di fatto da qualsivoglia genere di intervento e sostegno».

E le famiglie cosa ne pensano?
«Bisogna partire dal fatto che le persone con cui ci troviamo a lavorare hanno accettato spontaneamente di iniziare un certo tipo di percorso e questo denota, se non altro, una buona predisposizione. Questa considerazione va tarata però sulla base del fatto che, nello stesso tempo, non hanno bussato alla porta di un consultorio di psicologia chiedendo aiuto. Le risposte sul gradimento, dunque, non possono prescindere da questi fatti: certo è che il tasso di abbandono del progetto è molto basso. Una sola famiglia, annusata l'offerta, ha preferito abbandonare: tutte le altre, 12 al momento che diventeranno 30 entro ottobre 2013, sono attivi. Al centro del nostro progetto c'è la famiglia e ci sforziamo di capire quali risorse siano già presenti e quali, invece, sono in qualche modo ancora da costruire o rinsaldare».

Come si aiuta una mamma fragile nell'avvicinamento al parto?
«Non è facile dare una risposta. Diciamo che noi abbiamo in mente un ventaglio di scenari che potrebbero verificarsi in questi casi: sostanzialmente, dunque, determinate dinamiche le annusiamo prima che si concretizzino. In questo modo, le mamme stesse riescono a figurarsi in anticipo quello che potrebbe attenderle e mettere dunque in atto correttivi e "forme" di protezione che al momento della nascita e nei mesi successivi potrebbero rivelarsi efficaci. Se si riescono ad agganciare le famiglie prima del parto, tra l'altro, il legame che si instaura con gli operatori aumenta notevolmente in considerazione del carico emotivo che il momento della nascita comporta».

La genitorialità è dunque il filo conduttore di tutta questa esperienza...
«Sì, ma non tanto per comprendere "come si è genitori", quanto per capire "che genitori si può diventare". Poiché le persone a cui ci rivolgiamo arrivano da percorsi di sofferenza, la genitorialità, con tutte le sue sfaccettature e nella sua complessità, è maggiormente sottoposta a rischi di "contaminazione" da parte delle problematiche che appartengono al genitore stesso. Cosa succederà alla fine dei due anni del progetto? L'aspetto positivo è che gli operatori che hanno lavorato con queste famiglie fin dall'inizio comunque rimarranno perché è da lì che, in fondo, provengono: e dunque tutto il patrimonio di informazioni acquisite trasversalmente nel corso dei due anni comunque risulta utile anche in caso di ritorno alla "frammentazione" del percorso di sostegno.

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