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Un giorno per Agire

Finisce domani la campagna di raccolta fondi dell'Agenzia italiana risposta emergenze a favore della Siria. Ma le emergenze non hanno scadenza


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Siria, Libano, Giordania: rimandare non serve a niente. Se si vuole fare qualcosa di utile e concreto bisogna farlo ora. E quella di Agire, l'Agenziaitaliana risposta emergenze che riunisce 11 tra le più importanti organizzazioni non governative presenti in Italia (ActionAid, AMREF, CESVI, CISP, COOPI, GVC, Intersos, Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini, Terre des Hommes e VIS), è una delle strade possibili, sicuramente una delle più autorevoli e "garantite". In particolare, c'è ancora un giorno di tempo per aderire all'appello lanciato a sostegno del popolo siriano, ormai inerme di front all'ondata di violenza che lo sta dilaniando senza che la Comunità internazionale abbia ancora preso posizioni determinate, se non a parole. L'ispettoria Medio Oriente dei Salesiani Don Bosco è la voce del Vis tra Aleppo e Damasco dove «continuano gli scontri. La carenza di carburante, elettricità, acqua, pane, gas, benzina e auto, oltre alle paralisi dei mercati e alla disoccupazione, si aggiunge alla mancanza di sicurezza e al caos. Le comunicazioni elettroniche sono diventate difficili. La situazione economica generale peggiora a vista d’ occhio, a causa della chiusura di fabbriche e attività e della conseguente dilagante disoccupazione. Si è innescata la violenza, con omicidi, rapimenti, atti di vandalismo, saccheggi, incendio degli edifici governativi e impianti di pubblica utilità. Assistiamo ad un fenomeno senza precedenti in Siria, il rapimento di persone. Fortunato chi riesce a negoziare il riscatto. Inoltre, ci sono i blocchi stradali che diverse fazioni o individui hanno messo su quasi tutte le autostrade siriane. Questo rende ogni viaggio molto rischioso e ha creato uno stato di orrore, disgusto e grande incertezza».


«La maggior parte degli sfollati interni ha cercato rifugio nelle città di Damasco e Aleppo, e nelle zone montagnose intorno a Homs e Hama, zona in cui hanno avuto inizio gli scontri. Gli sfollati sono stati ospitati in scuole e strutture pubbliche. Sono oltre 200mila i siriani in fuga registrati nei paesi confinanti (Turchia, Libano,Giordania, Iraq). I Salesiani stanno portando avanti attività di sostegno alle famiglie di sfollati nelle città di Damasco, Aleppo e Kafroun con particolare riguardo ai bambini e ai giovani. Molte scuole e strutture educative e ricreative di Aleppo e Damasco sono state utilizzate per accogliere gli sfollati provenienti dalle campagne e dai quartieri più colpiti dagli scontri. In queste strutture i bambini e i giovani portano avanti una vita basata sulla ricerca della sussistenza. Proprio a causa della situazione, le strutture dei Salesiane sono oggi adibite a spazi di accoglienza, gli scontri infatti impediscono ai consueti beneficiari, ai giovani scolari, di essere raggiunte. Oggi sono gli stessi salesiani e tutti i collaboratori laici a raggiungere gli sfollati. Non sono cessate comunque le attività di sostegno alle minoranze religiose, volte al loro sostentamento nella fase si emergenza e indirizzate a migliorare lo stato di insicurezza in cui versano le famiglie e ad evitare la loro fuga dal paese».

Ma l'emergenza della Siria travalica i confini di quel Paese. E così, dal Libano, giungono le testimonianze raccolte da Agire e a cui siamo stati autorizzati alla pubblicazione. Cominciamo da Dina Taddia, direttore programmi GVC - Un mondo di solidarietà: «È facile cogliere la disperazione negli occhi di chi, in poche ore, è stato costretto ad abbandonare la propria casa e i pochi averi per fuggire in un paese straniero seppur vicino. È questo che si coglie negli occhi di Amir, il figlio maggiore di una famiglia di agricoltori che da generazioni lavora la terra nell’ area agricola a sud della città siriana di Homs. Da una settimana vive con l’ intera famiglia, i genitori, la moglie e i figli in una tenda fatta di pochi teloni di plastica a Masharia al Qa in territorio libanese a poche centinaia di metri dal confine siriano. Sono fuggiti a piedi con quanto avevano indosso e le poche cose che riuscivano a trasportare, hanno camminato per quasi otto ore sulle vicine colline siriane per poi raggiungere attraverso i campi il Libano. Non avendo documenti sono rimasti a Masharia al Qua una zona cuscinetto fra il territorio siriano e il formale posto di confine libanese e da quest’ area, larga poco più di sette chilometri km e lunga una decina, non si possono muovere: qui aspetteranno la fine del conflitto sperando di poter ritornare presto a vivere e lavorare sulla loro terra. Le famiglie come quella di Amir sono oltre 1000 a Masharia al Qa e nuovi arrivi si registrano ogni giorno».

Mauro Clerici, di Terres des hommes, dal campo della missione fa sapere che: «All’ inizio non riuscivamo neanche a parlare con i bambini perché temevano ritorsioni. Sono rimasti giorni interi chiusi in casa, sotto le bombe, aspettando una tregua negli scontri che consentisse loro di fuggire. Molti sono adesso qui in Libano accompagnati da altre famiglie a cui i genitori li hanno affidati. Non è facile aiutarli a superare il trauma di quello che hanno visto e subito. Lo status dei rifugiati siriani nei paesi confinanti varia considerevolmente e, di conseguenza, varia la natura e la dimensione dei loro bisogni. Per quanto riguarda il Libano – paese che, come la Giordania, non ha firmato la Convenzione Internazionale del 1951 e i protocolli del 1967 sullo status dei rifugiati e dove Terre des hommes Italia è attiva dal mese di Marzo 2012 con un intervento a favore dei bambini delle famiglie rifugiate siriane che si sono stabiliti nel nord della Beka’ a (cittadina di Arsal e villaggi vicini) – i rifugiati siriani non possono legalmente lavorare e soffrono di limitazioni negli spostamenti all’ interno del paese. Per quanto riguarda la scuola, il diritto dei bambini siriani a frequentare le scuole pubbliche libanesi, sancito teoricamente dal Ministero dell’ Educazione, è tuttavia fortemente contraddetto da: 1) il fatto che per il prossimo anno scolastico il Ministero ha richiesto che le famiglie forniscano alle scuole libanesi certificati originali rilasciati dalle scuole siriane di provenienza, una condizione che è impossibile da soddisfare per la maggioranza delle famiglie; 2) il fatto che il curriculum delle scuole libanesi differisce profondamente da quello delle scuole siriane sia per quanto riguarda l’ importanza data alla lingua straniera che per quanto riguarda l’ insegnamento delle materie scientifiche in lingua straniera a partire dalla quarta classe elementare nelle scuole libanesi».

Infine c'è Mohamed (nome di fantasia), 7 anni: «è arrivato nella cittadina di Arsaal insieme alla famiglia soltanto un mese fa. Vive in un piccolo appartamento che normalmente accoglie i lavoratori stagionali (20 mq) e dove al momento convivono 2 intere famiglie. Composto soltanto da una cucina e una stanza, l’ appartamento accoglie cinque adulti e dodici bambini. Mohamed ed i suoi fratelli hanno lasciato il loro paese da poco meno di un mese, ma la loro assenza dai banchi di scuola rimonta a due interi anni scolastici, sin dai primi segni di protesta nel loro paese. Da quando sono arrivati in Libano, l’ ultima preoccupazione della famiglia di Mohamed è la scolarizzazione, i mezzi dei genitori permettono solo di pagare l’ affitto della loro stanza. Non hanno le possibilità per iscrivere i bambini a scuola (nemmeno quella di pagare i trasporti). La situazione della famiglia di Mohamed è catastrofica, possiedono solo i vestiti che avevano addosso al momento in cui hanno attraversato la frontiera. Il padre, agricoltore, ora non riesce più a lavorare perché soffre di ernia al disco. Tutti i figli vorrebbero tornare a scuola ma le possibilità finanziarie non lo permettono. Traumatizzati dalle violenze che hanno visto nel proprio villaggio i bambini hanno tantissime difficoltà ad addormentarsi e i loro sogni spesso si trasformano in incubi tempestati da scene di sangue e di violenza. Il sogno di Jawad, fratello minore di Mohamed con gravi problemi uditivi, sarebbe quello di riportare la blusa/grembiule per andare a scuola, preferibilmente nel suo paese. I bambini riportano diversi segni di traumatismi, spesso il loro modo di comportarsi e di parlare è improprio per la loro età, troppo violento, politicizzato. Imad, fratello di Mohamded, 8 anni “in ogni caso dobbiamo morire, e se devo morire voglio farlo a casa mia!!!”. Le famiglie necessitano aiuto per i loro bambini ed affermano di non avere le possibilità né per le rette scolastiche, né per il trasporto dei bambini in caso di frequenza del nostro centro».

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