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Tutti contro l’ atleta. Ieri eroe oggi mostro

La polizia sudafricana non crede che l'atleta abbia scambiato la fidanzata per un ladro prima di fare fuoco e uccidere. La stampa è tutta contro di lui, Il caso sembra chiuso anzitempo, ma qualcosa nelle ricostruzioni, sin qui rese note, non quadra. I media e l'opinione pubblica vittime del pregiudizio?


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LE ACCUSE CONTRADDITTORIE

Come in un film horror, quel che si legge in questi giorni in tutto il mondo, tolti i condizionali e le cautele di rito, dipinge un Pistorius spietato, che litiga con la fidanzata per ore, che nel cuore della notte la colpisce al capo con una mazza e animato da implacabile furia omicida, la insegue sparandole più volte (anche al capo per mascherare le precedenti percosse inflitte con la mazza).

L'accusa per lui è omicidio con premeditazione, fatto questo che prevede un movente: la gelosia. E così anche la povera vittima di questa tragedia, la giovane e bellissima modella Reeva Steenkamp, viene accreditata di relazioni extra che avrebbero nomi e cognomi (il cantatnte Mario Ogle e il miliardario Quinton van der Burgh).

Incredibilmente, e nessuno sembra cogliere la contraddizione palese: la premeditazione viene accostata a un raptus (questa o quello, entrambe è impossibile) dovuta alla assunzione di steroidi  per truccare i successi sportivi del golden boy sudafricano. Insomma quel che viene tranquillamente propinato all'opinione pubblica mondiale è il ritratto di un atleta disonesto e violento in preda a un raptus omicida, ad uno scoppio d'ira, ma premeditato.

PISTORIUS E IL PREGIUDIZIO

Vien da pensare che ci sia una relazione tra la "diversità" di Pistorius e l'accanimento o l'acriticità mediatica dimostrata nei suoi confronti. Il termine handicappati è utilizzato nel linguaggio comune per individuare l’ insieme di coloro che, in quanto affetti da qualche deficit o malformazione, sono ritenuti “diversi”.

Il ragionamento è semplice: al di qua dell’ handicap si pone il normale, al di là il “diverso”. Ebbene Pistorius, primo atleta svantaggiato ad aver potuto competere in una olimpiade con atleti normodotati, ha infranto questa barriera, l'ha sciolta come neve al sole dimostrando sul campo che il pregiudizio sull’ handicap, che fa riferimento ad un sistema simbolico (la cultura dello scarto) che scarta, in quanto ingombrante, quel frammento che è il disabile, nella realtà non esiste.

Le ricostruzioni sin qui via via rese note sulla tragica vicenda della notte di San Valentino (comprese quelle della polizia sudafricana) sembrano avvelenate da questo elemento. E così l'accusa gravissima di omicidio premeditato cozza con l'elemento che dovrebbe supportarla e che invece diventa la spia del pregiudizio: un raptus (e la premeditazione?) dovuto alla assunzione di droghe o di steroidi anabolizzanti (che non si trovano, ma che si cercano) sfuggiti a tutti i controlli sia delle olimpiadi che delle paralimpiadi di Londra della scorsa estate. Pistorius mostro? E per di più imbroglione? Capace di barare per truccare la propria carriera sportiva?

Qualcuno ha anche già detto e scritto che l'atleta, tra i più famosi del pianeta, sarebbe anche un alcolista con problemi temperamentali. In questa storia c'è qualcosa, anzi c'è molto, che non quadra. C'è forse la voglia inconscia e morbosa di una rivincita: se Oscar Pistorius è un mostro, un falso, un imbroglione, anche la sua impresa deve esserlo e allora tutto torna al di qua della linea, tutto è normale e lo "scarto" torna ad essere quello che pregiudizio e stereotipo vogliono: assistenzialismo,compassione, dipendenza con buona pace di una autentica cultura dell’ integrazione di cui Pistorius è stato il più importante testimonial che l'umanità abbia avuto.

E' questo quello che non torna in questa dolorosa e tragica vicenda: l'incapacità di vedere l'uomo Pistorius per quel che è al di là e oltre l'handicap. Di questo passo si aggiungerà dolore al dolore trasformando una tragedia in una catarsi imputabile non al caso ma a un difetto di natura. Una bruttissima distorsione, al di là del destino personale di Pistorius, frutto della "rivincita" del pregiudizio.

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