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Giappone/2 La Chiesa si mobilita

Su 127 milioni di abitanti, nel Paese del Sol levante i cattolici sono circa 450 mila: lo 0,35 per cento. Pochi, ma attivi. L'impegno della Caritas italiana e di quelle asiatiche.


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 Sono comunità piccole ma apprezzate e attive. «In tutto il Giappone i cattolici sono lo 0,35 per cento della popolazione complessiva, ovvero circa 450 mila su un totale di 127 milioni di abitanti; le diocesi sono 16», spiega Paolo Beccegato, responsabile dell'area internazionale della Caritas italiana. «La Chiesa non s'è limitata a benedire la crescente mobilitazione. S'è rimboccata le maniche, eccome». Beccegato racconta le ore concitate che, venerdì' 11 marzo, hanno fatto seguito alla prime notizie sulla tragedia. «Abbiamo subito attivato le procedure messe a punto in casi come questo. Tutte le Caritas nazionali hanno contattato Caritas internationalis, l'unica deputata a sentire gli organismi ecclesiali del Paese colpito dalla sciagura. Spetta inoltre a Caritas internationalis assegnare compiti e responsabilità. C'è, infatti, una Caritas "capofila" per ogni emergenza. Quella italiana, ad esempio, lo è per il dramma dei profughi e degli sfollati causati dalla guerra civile libica». 
«Temevamo che lo tsunami sviluppatosi lungo il quarantesimo parallelo facesse molti più danni di quanto (ed è già tanto) ha fatto», confida Paolo Beccegato. «Ora possiamo dire che è stato violentissimo e velocissimo (viaggiando anche a 800 chilometri orari) in direzione Est, arrivando a flagellare le Hawai, negli Usa, e la California, dove ha ancora fatto un morto, ma possiamo altresì sostenere a ragion veduta che lo è stato fortunatamente meno, molto meno, in direzione Sud-Sudest, cioe' verso l'Indonesia, le Filippine, la Papua Nuova Guinea, l'Australia e le tante isole del Pacifico per lo più povere se non poverissime. Nel 2009, a Nord delle Samoa, uno tsunami causò 4.000 vittime. Dai primi rapporti risulta che i danni siano ingenti ma che non ci sia stata la paventata ecatombe. Sappiamo che il Governo di Tokyo ha chiesto alle Caritas diocesane giapponesi di attivarsi soprattutto per trovare un rifugio agli sfollati a causa del pericolo nucleare. Per il resto i bisogni sono quelli tipici di cataclismi di questo tipo: acqua potabile, cibo, medicinali, tende, coperte, abiti, utensili da cucina. La Caritas in Giappone è un piccolo organismo che comunque ogni anno riesce a sostenere un centinaio di progetti nel Paese e all’ estero per circa 3 milioni di dollari. Si è attivata in passato per grandi emergenze, come lo tsunami del dicembre 2004, il terremoto in Pakistan del 2005 e quello a Yogyakarta nel 2006».
Un ultimo particolare, anzi due. «Trovo commovente e istruttivo che le Caritas di Paesi asiatici colpiti di recente da gravi sciagure, cito il Bangladesh per tutti, si siano mosse con generosa tempestività unita ad accresciute competenze professionali. Noi italiani, infine, abbiamo un preciso dovere di riconoscenza. All'indomani del terremoto in Abruzzo, la Chiesa giapponese finanziò aiuti per un totale di 62.400 euro, la Caritas australiana ci diede 32.000 euro e quella indonesiana 6.942 euro», conclude Paolo Beccegato.
 
 
 

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Il 60 per cento dei circa 450 mila cattolici giapponesi sono donne (foto agenzia Asianews).
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