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Torino, la chiesa della "movida"

L'arcivescovo della città, monsignor Cesare Nosiglia incontra i giovani che frequentano San Salvario. La parrocchia dei Santi Pietro e Paolo rimarrà aperta anche il sabato notte.


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C'è una chiesa a Torino che resta aperta anche il sabato notte. E' la parrocchia dedicata ai Santi Pietro e Paolo, nel centralissimo quartiere San Salvario, alle spalle della stazione ferroviaria di Porta Nuova. Nello stile di papa Francesco, il parroco, don Mauro Mergola, ha deciso di dare a tutti un'opportunità di incontro. Cominciando dai ragazzi della movida notturna che ogni fine settimana si riversano a migliaia nelle vie della zona.

Anche monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, ha deciso di avvicinarsi a quei ragazzi, di conoscere le loro storie, le loro istanze, le loro fragilità. Qualche settimana fa li ha incontrati personalmente in strada e nei locali, è stato con loro, ha pregato con loro in una notte di "movida spirituale". Da quell'esperienza e dal confronto con alcune associazioni del quartiere è nato il desiderio di dar vita a un progetto più ampio. Tra i primi frutti c'è un appuntamento dedicato all'educazione e alla pastorale giovanile, organizzato nei locali della parrocchia. Vi partecipano anche esponenti della Chiesa valdese (storica presenza sul territorio) e della comunità islamica (che conta, in quella zona, un gran numero di fedeli).

Il tema è delicato e incredibilmente pieno di sfaccettature. Sì, perché, a Torino, nominare San Salvario significa evocare un mondo, fatto a volte di convivenza pacifica, a volte di stridenti contrasti. Meta di antiche e nuove migrazioni, il quartiere è da decenni un mosaico di etnie e culture, dove il pensionato "monsù travet" torinese divide gli spazi col migrante nordafricano o est-europeo. Il lungo travaglio degli anni '90 aveva trasformato questo pezzo di città in una specie di "Bronx", tristemente noto per la delinquenza e lo spaccio. Poi, in tempi più recenti, è iniziata la rinascita. Commerciale, ma non solo. Con la nuova vita, però, sono arrivati anche nuovi problemi.

Oggi la zona, col suo affastellarsi di locali notturni, è letteralmente presa d'assalto da una fiumana di giovani, difficile da gestire. Di notte non si chiude occhio e i residenti sono sul piede di guerra. Ma non è certo solo un problema di rumore. Altissimo il consumo di alcolici e di stupefacenti. E' facile incrociare ragazzi persi lungo le vie dello sballo e dello stordimento. C'è insomma un lancinante grido di dolore, nascosto in mezzo al chiasso e alla festa.

Monsignor Cesare Nosiglia ha ascoltato i vari punti di vista, cercando di sintetizzarli in un pensiero comune.L'incontro non ha avuto la pretesa di dipanare le questioni di ordine pubblico, pur fondamentali, ma più semplicemente di ricordare che «al centro del problema della movida ci sono i giovani. Sono loro i protagonisti – ha affermato l'arcivescovo - loro che ci lanciano un appello. Dobbiamo cercare di capire che cosa cercano». «Dunque non possiamo liquidare il fenomeno esclusivamente come un fatto negativo. Esistono ragazzi capaci di contemperare il divertimento con un cammino personale serio e profondo». In questa logica, secondo monsignor Nosiglia «anche la movida può diventare l'occasione per riscoprire una dimensione spirituale, in un luogo che a prima vista sembra lontano mille miglia». 

Una conferma a queste parole arriva dalle testimonianze dei diretti interessati. Sempre a San Salvario, infatti, è presente l'oratorio salesiano San Luigi, una realtà che, anche attraverso progetti coraggiosi come l'Educativa di Strada, riesce ogni anno a incontrare centinaia di ragazzi, cominciando da quelli più fragili, esposti alle minacce della criminalità e alla trappola della droga. Recentemente gli educatori dell'oratorio hanno proposto un questionario a un'ottantina di giovani tra i 19 e i 27 anni. Più della metà degli intervistati ha identificato nella movida una possibilità di incontro, di socializzazione, di aggregazione. «Questo bisogno di stare insieme dev'essere preso sul serio e stimolato con proposte sane – ha proseguito l'arcivescovo – Per essere vicino ai giovani, anche attraverso gli strumenti del nostro tempo, ho fin dal mio arrivo a Torino aperto una casella di posta elettronica. Molti ragazzi mi scrivono raccontandomi che si sentono tremendamente soli, nonostante vivano immersi nella folla e nel frastuono». 

La confusione fra reale e virtuale e la crisi dei modelli educativi tradizionali rende tutto estremamente complicato, fino al limite dell'incomunicabilità. «E' vero, ma in un anno come questo, nel quale celebriamo il giubileo salesiano, non possiamo dimenticare don Bosco, che scandalizzava i suoi contemporanei portando il Vangelo tra le "bande di ragazzacci". Il suo esempio luminoso resta valido. Dobbiamo credere nell'amore che rende possibile l'impossibile». E' un cammino tortuoso, fatto di piccoli passi. Però, una volta iniziato, può portare lontano. «Tornerò presto a trovarvi in visita pastorale» annuncia l'arcivescovo agli abitanti di San Salvario. Non solo: l'esempio della parrocchia Santi Pietro e Paolo potrebbe diventare contagioso. E per il prossimo autunno, grazie al coinvolgimento di numerose comunità (cristiane e non) si sta organizzando una "notte bianca delle religioni".

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