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Salone del libro, il futuro nella Rete

Il Salone del libro, in programma dal 10 al 14 maggio al Lingotto di Torino, ruota attorno al tema delle tecnologie digitali e dei nuovi modi di leggere. Paesi ospiti, Spagna e Romania.


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La rivoluzione delle nuove tecnologie, un Paese affine e intrigante come la Spagna, un altro tutto da esplorare come la Romania, centinaia di grandi nomi della letteratura italiana e straniera, cinquanta nuovi espositori, la cronaca minuto per minuto su Twitter: si annuncia ricco e scoppiettante il 25° Salone internazionale del libro, in scena nella sua casa, Torino, da giovedì 10 a lunedì 14 maggio. In sintonia con il tema dell'anno, la "Primavera digitale", proviamo a compiere un viaggio virtuale nel Salone.

Sono 1.200 gli espositori presenti, dei quali ben 50 al debutto. E fra i debuttanti, va segnalata la partecipazione di Amazon, Nokia e Trekstor, protagonisti a "Book to the future". Incontri, dibattiti e presentazioni avranno luogo in 26 sale. Ogni visitatore può farsi cronista del Salone attaverso Twitter: @SalonedelLibro. Il tema conduttore, come detto, è la "Primavera digitale" (approfondimento alla pagina successiva del dossier).

I venticinque anni del Salone hanno coinciso con una metamorfosi della città e del suo ruolo. A essa è dedicata nel Padiglione 5 la mostra La città visibile. Torino, 1988-2012: 25 oggetti simbolo - dai loghi del Salone alla sentenza Thyssen, dall'Mp3 al motore Common Rail, dalla torcia olimpica alla Superga tricolori - accompagnati dalle parole di uno scrittore racconteranno l'ultimo quarto di secolo della città.

È confermata, per fortuna, l'attenzione ai giovani. Il programma per i ragazzi fra i 14 e i 20 anni è stato curato, anche quest'anno, da Andrea Bajani, che ha lavorato assieme agli studenti degli istituti superiori di Torino e di un liceo di Bucarest. Ritorna anche "Lingua madre", l'area dedicata al meticciato culturale, con l'omonimo concorso per le scrittrici straniere in Italia. Torino vuol dire cultura, ma anche gastronomia: ecco allora "Tentazione e meditazione", con il meglio dei chocolatiers del Piemonte e d'Italia in un programma di incontri con grandi chef; e per chi desidera cenare in serata dopo aver scorazzato per il Salone, "Notte a tavola" offre nove locali aperti fin oltre la mezzanotte a prezzi convenzionati.

Per la prima volta sono due i Paesi ospiti: la Spagna e la Romania (alla letteratura della prima sono dedicate la terza e quarta pagina del dossier). Al Padiglione 2, la nazionale spagnola presenterà nomi cari ai lettori italiani, da Fernando Savater a Almudena Grandes, da Ildefonso Falcones a Clara Sánchez, da Vila-Matas ad Alicia Giménez-Bartlett... Dalla Romania arriveranno invece Norman Manea, Mircea Cartarescu, Liliana Lazar...

Fra i grandi ospiti internazionali, Hennig Mankell, Elizabeth Strout (ritirerà il Premio Mondello internazionale conferitole dal giudice unico Paolo Giordano), Tahar Ben Jelloun, Amitav Gosh, Christopher Paolini, Patrick McGrath, Hans Magnus Enzensberger, Björn Larsson... Numerosissimi gli autori italiani. Qui ricordiamo soltanto le lezioni magistrali affidate a Claudio Magris, Alessandro Baricco, Enzo Bianchi, Erri De Luca, Raffaele La Capria, Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi, Haim Baharier, Andrea Moro.

Buon Salone, e buona lettura, a tutti.

DOVE & QUANDO
Salone internazionale del libro di Torino, via Nizza 280, dal 10 al 14 maggio. Info: www.salonelibro.it, tel. 011/51.84.268

Paolo Perazzolo

Quasi imposto dalla realtà che stiamo vivendo, il tema della "Primavera digitale" scelto dal 25° Salone del libro tenterà di sviscerare i molteplici effetti e gli infiniti cambiamenti che la Rete sta portando nelle nostre vite. L'occhio è rivolto soprattutto ai prodotti culturali. Cominciamo ad esempio dall'atto che dà vita al testo e ai libri: come cambia la qualità della scrittura al tempo di Internet? Quel che è certo è che i testi tendono a trasformarsi in iper-testi, misti di immagini e suoni, così come stanno sempre più affermandosi fenomeni di scrittura collettiva. Anche chi aveva pronosticato la fine della scrittura, ha dovuto ricredersi di fronte al proliferare delle nuove forme in cui essa si incarna, dalle mail a Twitter, dai social media ai blog. Senza dimenticare che nulla viene perduto, e tutto archiviato.

E che ne sarà degli editori? Il self-publishing (scrivo un libro e, attraverso un editore digitale, lo distribuisco saltando ogni altra mediazione) ha i contorni di una marea che sta investendo il modo di pubblicare fin qui conosciuto. Di fronte al dilagare delle pubblicazioni, come potrà orientarsi il lettore, in questo mare indifferenziato? I quotidiani di carta restano i maggiori produttori di informazione e il loro modo di diffondere le notizie sta già cambiando: i maggiori giornali arivano direttamente sul tablet o sul pc dell'abbonato. In che rapporto si porrà il giornalismo tradizionale e dei professionisti con il giornalismo dei telefonini e dei blog? Se la partecipazione del cittadino alla costruzione delle notizie in qualità di fonte è senz'altro prezioza, chi ne verificherà la veridicità e chi la confezionerà adeguatamente?

Nemmeno il nostro modo di leggere sarà esente da cambiamenti. Ci si chiede se anche l'esperienza della lettura sarà contaminata dal modello zapping imperante tra i navigatori della Rete. Centrale è poi la questione delle ricadute sull'apprendimento. Laddove sono state sperimentate, le nuove tecnologie hanno dimostrato di saper coinvolgere meglio i giovani (i "nativi digitali"), grazie a contenuti multimediali più accattivanti. Ma chi formerà i docenti, che nativi digitali non sono? E come immaginare una massiccia introduzione di mezzi digitali in scuole che, a volte, rischiano addirittura di crollare? E ancora: quando il nostro Paese si doterà di una vasta area wi-fi?

Impossibile non parlare dei social network e dei social media.
Basti un dato: gli iscritti a Facebook rappresentano una comunità virtuale che si colloca per popolazione tra il quinto e il sesto Stato al mondo. Le reti creano incessantemente comunità virtuali i cui componenti interagiscono fittamente, dando vita a nuove forme di associazionismo e a gruppi estremamente fluidi che si muovono al di fuori delle istituzioni, spesso contro di esse.

Le domande, come si vede, superano di gran lunga le certezze. Inevitabile, quando si affronta un fenomeno mentre lo si sta vivendo e non è ancora compiuto. Per vivere tutte le potenzialità del nuovo mezzo, senza subirlo, è necessario sviluppare un approccio mentale e culturale che eviti due estremi: quello degli apocalittici, che nel Web vedono sono pericoli e danni; e quello degli integrati, che le assegnano una natura quasi mistica. Dobbiamo imparare a prendere il buono e a difenderci dal cattivo.

Qualche esempio. Che la Rete offra nuove opportunità alla partecipazione democratica,
come è accaduto nella Primavera araba, è fuori dubbio. Ma che essa crei nuovi contenuti non lo è affatto. Che i "contatti" siano facilitati è innegabile, ma sulla loro qualità bisognerà stare vigili. Che Google, Amazon e Facebook siano nati da idee geniali e stiano rivoluzionando il mondo, è sotto gli occhi di tutti, così come dovrebbe esserlo il fatto che la privacy sta correndo qualche grosso rischio e che queste ricchissime aziende non potranno far fortuna per sempre con i contenuti prodotti da altri... È giusto garantire al massimo grado la diffusione dei prodotti dell'ingegno, ma una qualche tutela di chi ha lavorato per concepirli e crearli contro la pirateria e la duplicazione abusiva bisognerà riconoscerla...

Verrebbe da dire: ai posteri l'ardua sentenza. Senonché è una sfida che riguarda noi già oggi. La primavera digitale è adesso.

Paolo Perazzolo

«La verità è la verità, che la dica Agamennone o il guardiano dei porci.
Agamennone: Sono d'accordo.
Il guardiano dei porci: Non mi convince».


Da questo microracconto di Antonio Machado, uno dei più grandi poeti spagnoli
vissuto fra '800 e '900, trae ispirazione il titolo dell'ultimo libro di Javier Cercas: La verità di Agamennone (edito in Italia da Guanda).  «Tutta la letteratura è una ribellione contro il potere», spiega lo scrittore spagnolo,  «per definizione è scomoda, mai sottomessa, e lo scrittore spesso è un guastafeste, una persona che dice cose che danno fastidio. Cose che, però, la letteratura ha il dovere di dire. Il guardiano dei porci non si adagia sulle verità imposte, ma presenta la sua versione. Non dice "io ho la verità":  non mi piace la ribellione rumorosa, preferisco quella educata, umile, discreta. Sappiamo del resto quanto sia pericoloso il fanatico che crede di avere la verità in mano, in politica come nella religione. La letteratura discute la verità imposta dai tiranni. E questo è l'intento anche del mio libro».

La verità di Agamennone
è una miscellanea di articoli e saggi di dibattito politico, sociale, letterario, racconti di viaggio e scritti autobiografici, lettere e riflessioni, usciti su varie riviste nei primi anni Duemila. Cercas presenta la sua ultima opera al Salone del libro di Torino, che quest'anno ha scelto la Spagna e la Romania come Paesi ospiti. Nato 50 anni fa in Estremadura e catalano di adozione, docente di Letteratura spagnola all'Università di Girona, Cercas è autore di numerosi romanzi di successo, come Soldati di Salamina, La velocità della luce e Anatomia di un istante

Discutere la verità: non è il compito dell'intellettuale in ogni Paese e in ogni epoca?
«L'intellettuale è una figura recente, che nasce con la modernità, con i filosofi francesi come Voltaire, e che si consolida nel XIX secolo. IL '900 è stato poi il secolo dei grandi intellettuali: studiosi, scrittori, artisti che intervengono nel dibattito pubblico. Altra cosa è il poeta o il romanziere. Un romanzo propone un mondo, magari molto simile, ma sicuramente distinto da quello reale. L'intellettuale è uno scrittore civile, impegnato, engagé come dicono in Francia. Quando ero giovane mi arrabbiavo quando mi definivano intellettuale impegnato. Di fatto, però, credo di esserlo, perché con i miei articoli sulla stampa a mio modo intervengo nel dibattito pubblico della società. La condizione fondamentale per un intellettuale è l'indipendenza, prima di tutto politica».   

Nel primo racconto del libro definisce la Spagna "una signoretta petulante e piena di sé, becera e spocchiosa, convinta di poter ignorare buona parte della miglior letteratura pubblicata in America latina solo perché a un tratto è diventata più ricca di lei".
«Sì (ride)... L'ho scritto tanto tempo fa!».
 
E immagino che le cose siano un po' cambiate. Forse oggi la Spagna è più umile...
«Lo spero! Fino ad alcuni anni fa guardavamo l'America Latina dall'alto in basso e non abbiamo rivolto sufficiente attenzione a quel continente. Eppure, chi conosce solo la Spagna, non la conosce davvero. L'America latina in qualche modo è parte del nostro Paese, prima di tutto per la lingua. L'arroganza e il vittimismo spagnoli in parte continuano. Ma oggi certamente la Spagna è più umile. Io comunque, nonostante la crisi che stiamo attraversando, sono ottimista: la Spagna è stata un Paese prima di poveri, poi di nuovi ricchi, è stata sempre agli estremi, non ha mai vissuto la normalità. A un certo punto abbiamo proiettato all'esterno un'immagine falsa di noi stessi, una visione distorta. Il mondo - e l'Italia in particolare - ammirava la Spagna come un miracolo, Zapatero era un eroe, tutto qui da noi era considerato meraviglioso. Eppure, proprio come qualche anno fa non eravamo così spettacolari, allo stesso modo oggi non siamo in una situazione così terribile. Come prima non eravamo i migliori del mondo, adesso non siamo i peggiori. Chiaro, abbiamo tanti gravi problemi, però questa è una crisi europea, non solo spagnola. Negli ultimi trent'anni senza dubbio la Spagna ha compiuto più progressi che negli ultimi tre secoli. Capisco le difficoltà e la disoccupazione, ma non condivido il pessimismo generalizzato».

Come è cambiato il movimento degli Indignados?
«Io mi domando: dove stanno gli Indignados? Il loro intervento è stato straordinario: i ragazzi sono scesi in piazza per chiedere democrazia reale. Il problema è che il movimento era disunito, disomogeneo e non ha organizzato un'alternativa politica seria e ragionevole. Non ha saputo elaborare proposte pratiche. Se non troverà una forma di organizzazione, il movimento degli Indignati è destinato a esaurirsi».

In uno degli articoli letterari raccolti nel libro si legge: "l'arte di narrare è l'arte del dire, ma soprattutto l'arte di saper tacere a tempo debito". Oggi, nella vita pubblica, non crede che manchi proprio quest'arte, il saper tacere al momento giusto?
«Antonio Machado diceva che per dialogare bisogna prima domandare, poi ascoltare. Il silenzio è una strategia narrativa: spesso il non dire può essere molto più significativo che il raccontare. Molte volte attraverso il silenzio esprimiamo di più. Ma anche nella vita quotidiana saper stare zitti è una cosa fondamentale. Le persone più intelligenti che ho conosciuto nella mia vita sono quelle che sanno ascoltare».
 
Scrive che lei si sente molto estremegno, sebbene abbia vissuto in Estremadura solo nei primi quattro anni di vita, prima di emigrare in Catalogna con la sua famiglia...
«Più che estremegno mi sento di Ibahernando, il mio paese di origine. Sono estremegno e catalano, questa è il mio modo di essere spagnolo. In Estremadura mi sento a casa, è qualcosa di inevitabile, una cosa che non ho scelto, una forma di lealtà verso la mia famiglia e i miei genitori.  Non mi sento orgoglioso delle mie radici, semplicemente queste ultime sono parte della mia biografia. E' un'appartenenza sentimentale, che nasce da dentro. So che in Estemadura ho un punto fisso, un luogo dove posso sempre fare ritorno».  


Giulia Cerqueti

Nel 1997 ha percorso una parte del Cammino di Santiago di Compostela, l'ultimo tratto, quello in Galizia, con suo marito e i loro due figli, che allora avevano 11 e 14 anni. Un'esperienza familiare unica, coinvolgente e significativa, per Paloma Sánchez-Garnica, 50enne ex avvocato e scrittrice spagnola. Ma anche una straordinaria fonte di ispirazione letteraria: da quel Cammino nacque l'idea di scrivere un romanzo storico che ricostruisce la genesi nell'alto Medioevo del mito di san Giacomo Maggiore, l'apostolo di Gesù che, secondo la tradizione, pur essendo morto in Palestina sarebbe stato sepolto in Galizia. La cattedrale alla fine del mondo (nell'originale El alma de las piedras, l'anima delle pietre), edito in Italia da Piemme, ha riscosso enorme successo in Spagna, e viene presentato al Salone del libro di Torino, dove l'autrice arriva come ospite per la prima volta. Originaria di Madrid, la Sánchez-Garnica vive oggi con suo marito a Marbella, nel Sud della Spagna, in una casa vicino al mare, conducendo una vita ritirata, quasi monacale - come lei stessa ammette -, occupandosi a tempo pieno della scrittura.      


Come ricorda l'esperienza familiare del Cammino di Santiago?

«Lungo il percorso conoscevamo molti pellegrini e tutti, negli ostelli dove ci fermavamo, ci chiamavano "la famiglia". In un paio di occasioni, quando arrivammo tardi all'ostello, ci tennero da parte un letto per i nostri figli, io e mio marito dormimmo sul pavimento, come molti altri. Al di là della meta, il Cammino è una metafora della vita. Proprio come nella vita, ci sono momenti di fatica, di sconforto, in cui vorresti lasciar perdere tutto. I primi tre giorni per nostro figlio minore fu molto pesante e dovetti esercitare una sorta di terapia psicologica materna per convincerlo a non lasciarsi sopraffare dalla fatica. Il quarto giorno già aveva recuperato le energie e camminava molto più rapido di tutti gli altri. Quando arrivammo alla piazza dell'Obradoiro, a Santiago, ci sedemmo e piangemmo tutti insieme».

L'idea del libro La cattedrale alla fine del mondo nacque proprio dal Cammino del 1997, eppure ha aspettato molti anni prima di scriverlo....
«Il fatto è che a quel tempo non sapevo ancora che sarei diventata una scrittrice, non avevo mai pensato di scrivere. Ho scritto il mio primo romanzo nel 2004, ed è stato con il secondo, La brisa de Oriente, ambientato anch'esso nel Medioevo, il XIII secolo, che ho cominciato a fare studi e ricerche sull'origine del mito delle reliquie di san Giacomo e su come questa storia si sviluppò diventando sempre più importante e popolare. Questa curiosità mi ha poi condotto al terzo romanzo».

Oggi il Cammino di Santiago è molto di moda: in parte ha perso il suo significato originario di pellegrinaggio. Il suo romanzo in qualche modo restituisce al Cammino il simbolismo delle origini, la sua radice di fede.

«Tantissimi oggi percorrono il cammino con lo spirito dei turisti, e si notano da come vanno vestiti, dal fatto che alloggiano negli alberghi costosi piuttosto che negli ostelli dei pellegrini. Il turismo di massa è arrivato anche qui. Eppure tanti ancora oggi percorrono il Cammino per motivi personali e drammi esistenziali, lo fanno per fede, e tornano cambiati, rinati. Io penso che la fede delle persone che si inginocchiano nella cattedrale di Santiago di Compostela è del tutto indipendente dall'esistenza e la veridicità delle reliquie del Santo. La fede non ha bisogno di prove. Se anche un giorno si provasse con assoluta certezza che le reliquie in realtà non sono di Santiago ma dell'eretico Priscilliano non cambierebbe nulla nello spirito del pellegrinaggio e dei pellegrini».

Che gliene pare del titolo dell'edizione italiana?
«Mi sembra fantastico. Con il titolo El alma de las piedras volevo mettere in evidenza che le pietre che ancora oggi possiamo vedere lungo il Cammino hanno catturato e conservano un po' dell'anima degli scalpellini che le lavorarono per costruire chiese e santuari, lasciando su di esse le loro tracce. Però anche La cattedrale alla fine del mondo ha molto a che vedere con la storia: il nucleo del romanzo, in fondo, è questa chiesa che sorge al finis terrae, la terra estrema dove il sole tramonta ogni sera per rinascere il mattino seguente». 

Nelle classifiche di vendita dei libri spagnoli, La Cattedrale alla fine del mondo è tra i primi posti, insieme ad altri romanzi come El asedio (Il giocatore occulto nella traduzione italiana) di Arturo Pérez-Reverte. In questi ultimi anni il romanzo storico pare aver guadagnato grande successo tra i lettori spagnoli. Cosa ne pensa?

«La prima grande espressione del romanzo storico qui in Spagna è stato Il nome della rosa di Umberto Eco, un fenomeno letterario che ha risvegliato la voglia di conoscere la storia. La letteratura ci permette di penetrare nella storia particolare delle persone e della società in un certo periodo, quella che la Grande Storia non ci racconta. Grazie al romanzo storico possiamo conoscere un po' meglio la società spagnola in un certo tempo. In Spagna ora vanno molto di moda anche i romanzi che raccontano la storia dell'antica Roma».

A lei cosa piace leggere in particolare?
«Io leggo tutto quello che mi capita tra le mani. La lettura è fondamentale per la scrittura. Adesso sto leggendo molto gli scrittori spagnoli Antonio Muñoz Molina e Javier Marías. Di un autore, quando mi appassiona, mi piace leggere tutta l'opera completa. Quest'anno poi è il bicentenario della nascita di Charles Dickens e sono tornata a leggere le sue opere che avevo conosciuto quando ero studentessa».

Come mai ha abbandonato il lavoro di avvocato?

«L'ho fatto quando i miei figli sono entrati nell'età difficile dell'adolescenza e ho deciso di occuparmi a tempo pieno di loro. Credo di avere fatto bene: i miei figli oggi hanno 26 e 29 anni, sono molto in gamba e sono orgogliosa di loro. Ho cominciato a scrivere romanzi tardi, a 42 anni, e la scrittura mi sta dando grande soddisfazione, sta rafforzando mio marito e me come coppia, dato che ora viviamo da soli e mio marito è vicino alla pensione».

E i suoi figli cosa fanno?

«Lavorano entrambi: il più giovane già da cinque anni è pilota d'aviazione civile, guadagna bene, anche se non ha una casa fissa, è sempre in movimento. Il maggiore lavora in una banca a Madrid. In un periodo così difficile per l'occupazione dei giovane, devo dire di essere molto felice per loro». 


Giulia Cerqueti

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Uno degli stand del Salone del libro.
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