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La fine atroce di Mustafà, il clochard gentile

Trovato morto rannicchiato sotto la panca di un dehors, all'esterno di un bar. Nel capoluogo piemontese, un anno fa erano 150 le persone aiutate in strada soltanto dalla Comunità di Sant’ Egidio. Oggi sono oltre 500.


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Si chiamava Mustafà (origini marocchine), aveva 59 anni ed era un senzatetto. Nel quartiere dove viveva, in tanti lo conoscevano e gli volevano bene: dopo aver perso il suo lavoro di vivaista, aveva cercato di arrangiarsi vendendo fiori al mercato. Passava le notti rannicchiato sotto una panca, nel dehors di un bar, in pieno centro, a Torino. E sono stati proprio i titolari della caffetteria a trovarlo morto, di prima mattina, per il freddo o forse per un malore. La fine atroce di Mustafà è una ferita aperta, che invoca, prima di tutto, silenzio, dignità e rispetto. Davanti a quest’ ennesima e mortificante sconfitta, che interroga tutti, il dibattito divampato negli ultimi giorni appare ancora più surreale. Sì, perché, solitamente invisibili, in questo momento, a Torino, i clochard sono nell’ occhio del ciclone. C’ è chi, in nome del decoro urbano e di una molto discutibile idea di “pulizia”, vorrebbe semplicemente rimuoverli o renderli ancora più invisibili. E c’ è chi, invece, li chiama per nome, riconoscendo dietro all’ etichetta di “senzatetto” un’ infinità di storie e percorsi di vita individuali. Storie spesso traumatiche, da avvicinare con delicatezza e senza risposte preconfezionate. L’ unico dato certo è che, con la pandemia, il dramma delle persone senza dimora è letteralmente esploso. Nel capoluogo piemontese, un anno fa erano 150 quelle aiutate in strada dalla Comunità di Sant’ Egidio. Oggi sono oltre 500.

I primi evidenti segni di malessere nel tessuto torinese si registrano a fine gennaio, quando, in un’ intervista al quotidiano La Stampa, il comandante dei Vigili Urbani, Emiliano Bezzon, invita i cittadini a non dare soldi a chi si trova in strada. Il suggerimento in sé potrebbe anche avere una sua logica, ma sono il contesto e il tenore del discorso a far discutere. «Per queste persone» dichiara Bezzon «il centro è un bancomat». Quasi contemporaneamente, inizia a circolare la bozza di un nuovo regolamento sugli animali, nel quale si legge che «è vietato su tutto il territorio del Comune utilizzare qualsiasi specie animale per la pratica dell’ accattonaggio». Questo potrebbe voler dire separare i clochard dai loro cani. E sarebbe una crudeltà, visto che, in moltissimi casi, chi vive in strada non sfrutta né maltratta gli animali, ma, anzi, li accudisce con cura. E tanti senzatetto vedono nel cane un fedele compagno di vita.

Fin qui le parole dette e scritte. Il problema è che poi si passa ai fatti. Giovedì 4 febbraio, Questura e Vigili urbani intraprendono un’ operazione congiunta, conseguente alle segnalazioni di alcuni cittadini. I senzatetto vengono mandati via dal centro città. E le coperte donate dalle associazioni di volontariato finiscono nel cassonetto dei rifiuti. E’ a questo punto che la città si spacca.

La sindaca Chiara Appendino respinge categoricamente le accuse di ostilità verso i senzatetto. Afferma che, al contrario, la Città ha tra i suoi obiettivi la cura degli ultimi e cita gli interventi messi in atto dall’ amministrazione comunale, insieme alle realtà del terzo settore, per sostenere chi non ha una casa. Parole che però non rasserenano gli animi. Anzi, sembrano la cifra di un’ incomprensione profonda.

Le associazioni che quotidianamente stanno accanto ai senzatetto si fanno sentire. «Con grande dispiacere abbiamo visto le immagini e letto la notizia degli sgomberi di senza dimora e delle loro cose da alcune vie del centro della nostra città. I nostri amici, "amici per strada", si sono spostati docilmente, umiliati di essere trattati come immondizia» si legge in una lettera aperta sottoscritta, tra gli altri, da Comunità di Sant’ Egidio, centro francescano Sant’ Antonio, Servizi Vincenziani per senza dimora, Casa di Zaccheo. E l’ arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, intervenuto ancor prima del deflagrare delle polemiche, ricorda che «le persone più fragili hanno bisogno di essere accompagnate a maturare scelte, ad intravvedere quale sia il proprio vero bene e sentirsi parte della città e non osservati speciali». «La qualità del nostro stare davanti a loro per parlare, ascoltare, avviare anche una piccola ma efficace relazione, la libertà dai falsi pregiudizi, la verità del farsi prossimo invece che nel delegare gli altri» aggiunge l’ Arcivescovo, «sono gli impegni su cui dobbiamo insistere nel rapportarsi con loro».

Le associazioni aggiungono anche dei dati: «Nella nostra città non ci sono posti per tutti per ripararsi dal freddo. Circa 550 posti nei dormitori ed emergenze freddo della città e della Diocesi a fronte di un popolo stimato tra i 1700 e i 2500…la totale assenza di servizi di strada della psichiatria territoriale e del Sert e la necessità di offrire risposte costruite sulle necessità delle singole persone danno la misura dell'abbandono».

Un quadro difficile, dunque. A cui ora si aggiunge una nuova, tragica morte. Un fatto che, al di là di qualsiasi ideologia, lascia in città un senso di profonda tristezza. E, appunto, di sconfitta.         

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Torino. Senza fissa dimora per strada. Foto di Paolo Siccardi/Walkabout.
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