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Tonya, un ritratto spietato che rende l'idea

Tonya Harding vs Nancy Kerrigan. Il film ricostruisce la vicenda della rivalità sportiva culminata in aggressione fisica che ha scosso il pattinaggio prima dei Giochi di Lillehammer 1994: un film politicamente scorretto in cui si indaga soprattutto il contesto.


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Tonya di Craig Gillespie (nelle sale dal 29 marzo), a dispetto delle apparenze, non è un documentario. È un film che ricostruisce, dal punto di vista interno ai protagonisti e dunque diverso per ogni sguardo, uno dei più grandi scandali che la storia dello sport ricordi: la rivalità tra Tonya Harding (Margot Robbie) e Nancy Kerrigan, le pattinatrici più forti d’ America, alla vigilia dell’ Olimpiade di Lillehammer 1994, culminata nella controversa aggressione fisica a Nancy Kerrigan.

Il lato da cui il regista guarda è quello del mondo di Tonya Harding, mentre Nancy Kerrigan rimane l’ avversaria sullo sfondo: i protagonisti sono brutti, sporchi e cattivi, vivono in un humus di miseria e degrado relazionale. E parlano di conseguenza: una parolaccia, gratuita, a ogni battuta. Un linguaggio, politicamente scorrettissimo, che però nel film è funzionale a rendere il contesto in cui cresce una ragazza talentuosa senza un adulto decente di riferimento: ostaggio di una madre palesemente inadeguata, magistralmente interpretata da Allison Janney (non a caso Oscar come attrice non protagonista), alcolizzata e violenta che crede nel talento della figlia ma fa il possibile per non darglielo a vedere, mentre le rinfaccia, con toni tra l’ indifferenza e la crudeltà, gli errori e i soldi spesi.

Tonya del resto ha talento davvero: è la prima americana a eseguire il triplo Axel in gara, ma paga dazio alle scelte artistiche e costumistiche da coatta, che un’ allenatrice, nel film volenterosa ma di poca personalità, non riesce a canalizzare. Il film, pur ricostruendo per intero la vicenda nota alle cronache, punta il riflettore sulle pieghe delle vite in cui matura, senza dirci quanto siano reali e quanto reinterpretate dalla finzione: vite in cui si mescolano, credibilmente, tragedia e farsa, perché solo persone sprovvedute al limite del tragicomico anche nella realtà avrebbero potuto pensare di liberarsi di un’ avversaria scomoda aggredendola fisicamente e contemporaneamente di farla franca, alla vigilia di un’ Olimpiade con gli occhi del mondo puntati addosso, al vertice di uno sport tra i più seguiti in America.

Come ogni film sportivo, anche Tonya partecipa della difficoltà di rendere sul set le scene di gara: ma se la cava ricorrendo alle inquadrature molto ravvicinate che hanno il vantaggio di evocare il gesto del pattinaggio evitando l’ impaccio di mostrarlo troppo: al triplo Axel che nessuna attrice e nessuna controfigura potrebbero garantire si è giunti solo ricorrendo agli effetti speciali. Del resto lo sport, qui, serve solo a dare il colore locale e a mostrare che Tonya ha un vero spessore tecnico, ma il fulcro della storia è altrove: in quello che succede a monte e a margine delle gare, di cui però si intuisce il lato meno nobile: le ambizioni degli adulti sulla pelle di una ragazzina abbandonata al suo destino e alla sua ignoranza. L’ esito complessivo è un film che si vede volentieri, a patto di mettere in conto violenza verbale e fisica; un film difficile da classificare nel genere anche, in cui si mescolano dramma, grottesco e tratti comici come si conviene a un ritratto spietato.

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