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«In Amazzonia servono cure e conforto»

La testimonianza di suor Laura Cantoni dall'ospedale di Parintins in Brasile: «Mancano terapie intensive ma cerchiamo di aiutare tutti, confidando in Dio»


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«Abbiamo tantissimi contagi, anche in ostetricia: metà delle partorienti sono positive». Suor Laura Cantoni, 50 anni, è in mezzo al tumulto dell’ epidemia Covid-19 in una delle regioni più difficili del pianeta, l’ Amazzonia. Originaria di Bormio, in provincia di Sondrio, fa parte delle Missionarie dell’ Immacolata, le suore del Pontificio istituto missioni estere (Pime), dall’ età di 18 anni. Dal 2001 è in Brasile e dal 2018 presta il suo servizio nell’ amministrazione dell’ ospedale diocesano di Parintins, città di centomila abitanti situata sull’ isola Tupinambarana, sul Rio delle Amazzoni. All’ inizio di maggio il Brasile ha raggiunto il quarto posto nella classifica dei Paesi con più contagi da Coronavirus. Il sistema sanitario nazionale è al collasso. E lo stato di Amazonas, dove si trova Parintins, ha uno dei tassi di infezione più alti. «Qui il distanziamento sociale non funziona, soprattutto nelle periferie delle grandi città», dice suor Laura. «Nel clima caldo e umido dell’ Amazzonia le case sono solo ricoveri per la notte e la vita delle persone si svolge tutta all’ aperto. In periferia le abitazioni sono attaccate le une alle altre e isolare i casi positivi è impensabile. Così sta succedendo che, mentre nei quartieri più ricchi c’ è qualche possibilità di contenere il contagio, in quelli poveri si ammalano tutti».

Al servizio dei poveri

Manaus, la capitale dello Stato dell’ Amazonas, è la metropoli più colpita dalla pandemia di Covid-19 dopo Brasilia, San Paolo e Rio de Janeiro. Con la differenza che in Amazzonia le strutture ospedaliere sono pochissime, mancano terapie intensive e medici specializzati. «Ci sono campagne di prevenzione e i pochi medici che lavorano qui fanno quello che possono, ma mi dicono che non possono curare i malati solo con le ricette, i farmaci non sono sufficienti», dice suor Laura. «Nel nostro ospedale abbiamo solo due respiratori. Quando è arrivato il primo malato indigeno di Coronavirus che ne ha avuto bisogno erano già occupati e non è stato possibile intervenire in tempo per salvarlo. Quello che si teme di più è che il virus arrivi nelle comunità indigene della foresta». A Parintis ci sono solo due ospedali, quello statale e quello gestito dalla diocesi. «Quando, due anni fa, sono tornata in Amazzonia dopo un periodo di servizio in Italia, il mio ideale di missione era continuare a lavorare in mezzo alle comunità indigene», racconta la missionaria. «Il vescovo di Parintis, monsignor Giuliano Frigeni del Pime, mi ha però chiesto di dare una mano a mettere in sesto i conti dell’ ospedale diocesano, che offre cure gratuite a tutti, ma che doveva essere riorganizzato e salvato dal fallimento finanziario. Ho pensato che non era il caso di mettere il mio sogno davanti a ciò di cui la Chiesa aveva bisogno». Una scelta che si è rivelata provvidenziale. «Nel mezzo della riorganizzazione dell’ ospedale è arrivata l’ epidemia», continua suor Laura. «Ci siamo messi subito a disposizione delle istituzioni e si è deciso che l’ ospedale pubblico avrebbe preso in carico i positivi al Covid-19, mentre noi ci saremmo occupati di tutte le altre patologie. Per un po’ questo tentativo di isolamento ha funzionato, ma poi i casi sono aumentati: il nostro personale sanitario ha cominciato ad ammalarsi e il virus è entrato in tutti i nostri reparti, compresa l’ ostetricia. Per fortuna neonati e neomamme stanno bene: pare abbiano le difese immunitarie molto più alte. Le partorienti positive devono comunque essere tenute separate dalle altre, ma non abbiamo spazi, e perciò ogni giorno è una sfida cercare di isolarle. Così finiscono per contagiare il personale sanitario, ostetriche comprese: le poche rimaste stanno facendo turni da 24 ore. E qui in città la media è di 10-15 parti al giorno».

Impegno e preoccupazione

Come essere missionaria e testimoniare il Vangelo in una situazione critica come questa? «In questi giorni», confida suor Laura, «mi sveglio alle 3 di notte per l’ ansia, come tutti quelli che hanno responsabilità in questo momento, alle 5 mi alzo e vado a pregare, alle 7 vado in ospedale. Il mio lavoro è aiutare la direzione dell’ ospedale ad affrontare questo momento. Ci mancano tre segretarie e abbiamo una montagna di documenti da evadere; poi ci sono la gestione amministrativa, le riunioni organizzative, i rapporti con la prefettura e le altre istituzioni; ed è importante affrontare i problemi degli operatori sanitari, oltre che quelli dei pazienti. Abbiamo sospeso tutte le attività pastorali ma questo non significa che non si possano trovare innumerevoli modi per stare vicino alla gente. C’ è bisogno di confortare, aiutare dal punto di vista materiale ma anche da quello emotivo e spirituale. In ospedale proviamo a mantenere l’ unità e la speranza. Quando torno a casa la sera sono sfinita, telefono ai nostri operatori che si sono infettati e prego tenendo davanti a me i loro volti». La fede per suor Laura non è qualcosa di magico che risolve tutti i problemi: «Qui da noi alcune Chiese evangeliche dicono che il Covid l’ ha mandato Dio per convertirci. Oppure c’ è chi dice che se preghi e sei con Dio non ti succederà nulla. Io non credo a nessuna di queste due versioni. Per me la fede è la risposta che noi diamo di fronte a questa situazione. Come missionarie abbiamo donato la nostra vita a Dio e questo è il momento in cui siamo chiamati a esporci e a metterci al servizio degli altri, fidandoci di lui e del suo amore».

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