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Sulle orme di Gesù. Senza rischiare

I problemi tra palestinesi e israeliani non minacciano i luoghi santi né i pellegrini. Tra Gerusalemme e Betlemme, il racconto di chi non ha disdetto il viaggio ed è felice di non averlo fatto.


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C'è chi prega, chi fa le foto con l’ iPad, chi si dispone con pazienza in fila per entrare e inginocchiarsi nel luogo dove Gesù uomo ebbe la sua breve sepoltura. Nella Basilica del Santo Sepolcro, nel cuore della Città Vecchia che è il cuore della Città Santa, è un giorno come un altro, colmo di pellegrini che arrivano eccitati e si allontanano concentrati, colpiti da una visita che in chiunque, abbia fede o no, segna un prima e un dopo. Sono arrivati fin qui, lo confesso, in cerca di conferme.

Un paio d’ ore prima ero al Cenacolino, il convento francescano sul Monte Sion a pochi passi dal Cenacolo, per assistere alla Messa con il più grande gruppo di pellegrini italiani in quel momento in Terra Santa: 85 persone delle cinque parrocchie della comunità pastorale di Desio (Milano), guidate da don Giuseppe Corbari. «A casa sono preoccupati», dice il don con un sorriso, «molto più di quanto lo siamo noi qui. È un paradosso: pregano per noi, mentre dovremmo essere noi, qui in Terra Santa, a pregare per loro».

Sono giorni complicatissimi in Israele e in Palestina: l’ intifada dei coltelli, gli scontri tra soldati e manifestanti palestinesi, il nervosismo degli israeliani. I Tg non lesinano notizie e immagini cruente. Ma i luoghi santi sono aperti ai pellegrini e un pellegrinaggio senza rischi è tuttora possibile. Tra Gerusalemme e Betlemme mi sono imbattuto in folti gruppi provenienti da ogni parte del mondo: polacchi, americani, canadesi, francesi, tedeschi, asiatici e africani dei più diversi Paesi. Pochi italiani,invece. Purtroppo siamo quelli che in questo periodo hanno più facilmente gettato la spugna, con un calo delle presenze di circa il 50% rispetto all’ anno scorso. Per questo ascoltare l’ esperienza di Desio può esser utile.

«Abbiamo organizzato il pellegrinaggio a maggio», dice don Corbari, veterano della Terra Santa, «e da allora, a dispetto delle notizie, nessuno si è ritirato. È stato un atto di fede non imprudente, una sfida alla paura per ripercorrere i passi di Gesù. Una volta qui, abbiamo visto che i pellegrini sono non solo rispettati da tutti, ma salvaguardati. E infatti il nostro viaggio è durato otto giorni, tra Israele (Gerusalemme, Nazareth), Palestina (Gerico, Betlemme) e Giordania e non abbiamo avuto il minimo problema». Prima di partire dall’ Italia vi siete incontrati, ne avete parlato? «Sulla decisione di venire non c’ è mai stato alcun ripensamento. Però sì, ci siamo ritrovati, per una serie di incontri di formazione e preparazione. Il 90% dei partecipanti non era mai stato da queste parti. E per un sacerdote come me è fantastico accompagnare i pellegrini e vedere crescere in ognuno di loro la meraviglia di chi sente di poter pensare il Vangelo in modo nuovo».

Il gruppo di Desio è stato seguito da un gruppo ancor più grande, 180 persone, per il pellegrinaggio della diocesi di Roma organizzato dall’ Opera Romana Pellegrinaggi. Gli arrivi continuano, insomma, ma in ogni caso «questo è un anno molto difficile, è dalla seconda intifada (primi anni 2000, n.d.r) che non si vedeva una simile mancanza di pellegrini, soprattutto italiani». Lo dice fra Ibrahim Faltas, economo della Custodia di Terra Santa, vice-presidente per il Medio Oriente della Fondazione Giovanni Paolo II e infine responsabile delle Casa Nova, gli ostelli per pellegrini che i francescano gestiscono a Nazareth, Betlemme, Gerusalemme, Monte Tabor, Ein Kerem e Tiberiade.

(il servizio completo su Famiglia Cristiana n.44, in edicola e in parrocchia da giovedì 29 ottobre)

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Pellegrini peruviani in attesa di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro (foto F. Scaglione).
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