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Start up, l'Italia giovane che cresce

Viaggio tra le aziende create soprattutto da ragazzi appassionati di nuove tecnologie, che si lanciano alla conquista della Rete e dei mercati. La storia di Gabriele Costamagna, 25 anni


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Ha 35 anni e nei ritagli di tempo sta finendo la laurea in Comunicazione e Marketing. Si chiama Fabio Lalli e ha circa 12 anni di esperienza in ambito ICT, che sta per "Information and Communication Technology". Ha lavorato in aziende di "system integration" in ambito bancario, militare e nella grande distribuzione. Negli ultimi tempi si è focalizzato molto su social media e mobile. Con suo fratello Mirko ha avviato IQUII (una mobile factory) e con Lorenzo Sfienti ha creato un'applicazione web dal nome Followgram (una piattaforma per Instagram). Ed è il fondatore e presidente degli Indigeni Digitali, un network nato 2 anni fa, trasformato in Associazione l’ 11.11.2011. L’ obiettivo è diffondere la cultura dell’ innovazione, la cultura digitale e creare una rete di persone che, on line e offline, condividono esperienze, progetti e opportunità. In due anni gli Indigeni Digitali sono diventati circa 3.500, di cui circa 380 associati, e sono presenti su Roma (dove sono nati), Milano, Torino, Napoli, Catania, Pisa e Genova. Prossimamente partiranno anche su Bologna, Catania e Bari. Ma soprattutto sono presenti in rete su Facebook, Twitter, Linkedin ed sul nostro blog http://indigenidigitali.com.

Fabio - che sul suo sito Internet (http://fabiolalli.com, l'account Twitter è @fabiolalli) si definisce "geek" e "hacker" - è convinto che il futuro sia più forte della crisi. Anche in Italia, dove tanti giovani, nonostante le difficoltà di trovare un lavoro e un'economia in recessione, sono coinvolti nel lancio e nello sviluppo di "start up", termine con il quale si dovrebbe intendere la fase iniziale di nuova impresa, qualunque essa sia e in qualsiasi settore merceologico cerchi di conquistare quote di mercato. «E tanti giovani sono lanciati nell'avventura di creare un'azienda soprattutto se pensiamo al momento storico in cui stiamo e all’ immobilismo imprenditoriale che abbiamo passato», dice Fabio Lalli. «Basti pensare al numero dei partecipanti ai due gruppi italiani di Facebook nei quali si sta sviluppando la maggior conversazione su temi legati al mondo delle startup: "Italian Startup Scene" (http://it.startupscene.org/) e "Indigeni Digitali": arriviamo facilmente ad almeno 10.000 startupper. Ma considerando che non esistono solo questi due luoghi di aggregazione, secondo me siamo anche oltre questi “piccoli” numeri».

Il ministro Passera ha annunciato che «entro sei mesi darà i primi risultati il progetto Start-up Italia, inserito dal Governo nell'agenda per la crescita». Il ministro, intende «individuare le norme amministrative, fiscali e di supporto per far nascere nuove aziende innovative». Per questo, ha proseguito, è stata messa in piedi una «task force di 12 persone in gambissima che hanno già fatto questo lavoro e che metteranno a punto un provvedimento complessivo entro l'estate, raccogliendo anche idee concrete per far nascere le nuove start-up».

«Conosco personalmente alcune delle persone che sono state scelte e altre le conosco di nome e "di Rete": sicuramente sono professionisti che hanno voglia di fare. Penso e mi auguro che queste iniziative, così come anche altre nate negli ultimi tempi, diano frutti: noi come Indigeni Digitali stiamo facendo un lavoro di "networking" a livello italiano e stiamo diffondendo alcuni temi legati alla cultura dell’ innovazione. Puntiamo molto a creare un sistema dal basso, che permetta alle persone e alle startup di avere delle opportunità».

E' nato a Cuneo, ha studiato a Torino, si è sposato ancora a Cuneo, è andato a vivere a Milano, oggi lavora a Torino. E la sua crescita imprenditoriale avviene in tutto il mondo attraverso Facebook. Dimenticavamo: ha 25 anni.

Abbiamo incontrato nella nuova Torino post-industriale delle "Officine grandi riparazioni" Gabriele Costamagna, l’ ideatore del primo gioco manageriale sviluppato su un social network. Fatica, costi, investimenti, progetti: una piccola azienda fatte di tre giovani laureati in Informatica, che lanciano nuove idee alla conquista della Rete, dei mercati, ma soprattutto di nuovi investitori.

Si chiama "SportSquare", la piazza dello sport, ed è il primo gioco manageriale su Facebook. L’ idea è di Gabriele, che poi ha imbarcato nella sua avventura due "co-founder", due ragazzi come lui, compagni di Università: Alex Carpentieri, informatico, e Andrea Aloi, laureato in realtà virtuale e Multimedialità. A marzo del 2011, grazie al progetto che guarda ai social network come nuova frontiera per un gioco relegato sino a quel momento solo al pc e alla console, la loro "SportSquare" è tra i tre vincitori dell’ evento "Start up weekend", che quest'anno sarà in programma a giugno, sempre a Torino. Sono due, quindi, le parole chiave: "gioco manageriale" e "start up". È lo stesso Costamagna a spiegare cosa sono e cosa rappresentano soprattutto per lui, che da un anno e mezzo lavora 14 ore al giorno al suo progetto, si sbatte per trovare nuovi finanziatori (ovviamente chi volesse credere in lui si faccia vivo) e da quando è partita la sua avventura imprenditoriale non vede uno stipendio. Ma per lui è normale: «Il mio investimento è proprio non averlo. So che alla fine questa idea funzionerà».

Come nasce e cos’ è "Sport Square"?
    «Sono sempre stato un appassionato di giochi manageriali sportivi, giochi in cui non solo conduci ad esempio una partita di calcio ma gestisci l’ intera squadra, decidendo quale giocatore comprare, quando farlo e come farlo. Così nel 2011, con altri due miei colleghi di università, durante lo Start up weekend di Torino, ho deciso di proporre l’ idea che unisce tecnologia e Facebook. Siamo risultati tra i tre vincitori e grazie a un finanziamento di circa 50.000 euro abbiano potuto svilupparla. E da dicembre 2011 la nostra è diventata una vera e propria azienda, con già 30 mila utenti registrati». Un’ azienda appena costituita, in fase embrionale, con una Partita iva e un fatturato: piccolo, ma sta crescendo velocemente.

Con i vostri giochi su Facebook siete partiti con il "Soccer", il calcio, che in questo momento è giocato in 67 Paesi del mondo. Oltre al calcio quali altri sport pensate di offrire agli utenti?
   
«Abbiamo lanciato una ricerca di mercato su Facebook, le risposte sono arrivate a livello mondiale, ed è emerso che sono sette gli sport che più interessano: la pallavolo, il calcio, il cricket, l’ hockey, il football, la pallacanestro e il baseball. Pensiamo di scegliere tra questi. Per il momento il “Soccer Game”, oltre che in Italia, viene giocato anche nelle Filippine, in Germania, in Grecia, in Portogallo e in Indonesia».

Questa idea come riesce a unire unire la passione al business?
    «Il gioco è gratuito. L’ aspetto che mette in moto il guadagno sono i “virtual gift”, regali virtuali a pagamento che attualmente non superano il costo di 2 euro. Per questa cifra proponiamo, ad esempio, l’ acquisto di un certo numero di giocatori, che mettiamo "on line" ad un certo prezzo. Quando l’ utente paga con la propria carta di credito, il denaro va a Facebook, che poi dopo un dato numero di acquisti fattura a noi la nostra parte.

Quanto trattiene per sé Facebook?
    «Il 30 per cento. Le cifre che spendono gli utenti sono irrisorie. Un caso tipo è quando in un’ ora di connessione abbiamo avuto 1.050 utenti che hanno acquistato prodotti virtuali per 350 euro, cifra per noi già altissima. La nostra aspirazione è di aumentare i contatti, fra sei mesi ci aspettiamo di raggiungere tra i 75 mila e i 100 mila utenti».

E quando penserete di aver reso questa vostra start up profittevole? Quando sarete soddisfatti dell'azienda "SportSquare"?
    «Il nostro obiettivo di crescita primario ora è di consolidare i nostri clienti, quelli che ci hanno già dato fiducia. Poi cercheremo di aumentare la rete dei nostri utenti: da 30 mila a 300 mila, e poi ancora più su. Questa è la nostra sfida. Quando sarò soddisfatto come imprenditore? Quando riuscirò a fatturare almeno un milione di euro».

                                                                                 Pino Pignatta e Romina Rosolia

Che cosa si deve intendere, esattamente, con il termine di start up? Vuol dire automaticamente creare un'azienda, una piccola avventura imprenditoriale? Oppure è anche soltanto il lancio di una nuova intuizione nel mondo delle tecnologie digitali che può essere sviluppata come business?
    «Oggi questo termine è prevalentemente utilizzato per imprese digitali nate nel settore Internet o delle tecnologie dell’ informazione. Negli ultimi tempi inoltre, un po’ per l’ euforia e un po’ per la distorsione che sta prendendo il termine, la definizione di startup viene utilizzata, a mio avviso erroneamente, anche per definire prematuramente una intuizione o “qualche riga di codice” sviluppata».

Mi fai due-tre esempi di start up ormai "storiche", a livello mondiale, che hanno avuto successo planetario e creato ricchezza e posti di lavoro?
    «Così su due piedi direi Google, ma sarebbe scontato. Sicuramente potrei citare, per come la vedo io, Dropbox, Evernote ed Instagram. Dropbox è uno dei più famosi sistemi di storage on line ed il suo modello di business è basato sulla vendita di spazio aggiuntivo agli utenti che vogliono passare dalla versione Free ad una versione Pro con maggiore spazio. Evernote è un sistema che permette agli utenti di memorizzare informazioni trovate on line, classificarle e poterle successivamene consultare da qualsiasi dispostivo (web, mobile, desktop): anche in questo caso la fonte di guadagno è la versione Premium che permette agli utenti di avere maggiori funzionalità e maggiore spazio di memorizzazione. Infine c’ è Instagram, attualmente il più famoso sistema di foto sharing. A mio avviso anche Instagram rientra tra le startup, e forse per il tipo di crescita, evoluzione e sviluppo è stata quella più riuscita considerando che ha meno di due anni di vita. Certo, in questo caso c’ è da dire che non ha ancora un modello di business… ma forse con la vendita miliardaria, hanno fatto ancora di più».

Quante sono le startup degne di nota che hanno avuto e hanno successo dal punto di vista imprenditoriale in Italia?
    «Prima di tutto andrebbe definito il concetto di successo: per me successo non per forza vuol dire diventare Facebook o Google, è anche riuscire a costruire qualcosa di sostenibile e farlo conoscere all’ estero. Non saprei darti un numero preciso in effetti ma sicuramente sono più di quelle che si possa pensare, considerando che la tv ancora ne parla pochissimo: mi vengono in mente Arduino, Balsamiq, Funambol, ultimamente Jobrapido e tante alte più piccole che sono riuscite a farsi notare anche fuori dall’ Italia».

Quando è nato questo fenomeno nel nostro Paese? E in quali regioni è maggiormente sviluppato?
    «Credo che negli ultimi 4 anni il concetto di startup abbia iniziato a diffondersi anche in Italia. Le regioni più attive? Secondo me non c’ è una regione più attiva di un'altra: sicuramente ci sono dei punti di maggior aggregazione ed incontro, ma non c’ è una ragione che è più sviluppata più di altre. Se proprio dovessi dire tre/quattro città nelle quali sto riscontrando un maggior fermento, ti direi Milano, Brescia, Roma e Torino. Anche l’ Emilia Romagna comunque non è da meno».

Chi sono i nostri migliori creatori di start up? Quanti anni hanno in media? Che formazione hanno? Dove hanno studiato? Che cosa hanno studiato? Sono più maschi o più femmine? Basta che abbiano una laurea o devono fare esperienza e gavetta all'estero?
    «Non c’ è una fascia particolare: la forbice va da giovanissimi 17enni a 30anni inoltrati. Tendenzialmente hanno una laurea, ma ci sono molti casi in cui non è così: hanno studiato Ingegneria, Informatica, Economia o Comunicazione. Attualmente per quello che vedo io c’ è una predominanza di uomini. Riguardo alla laurea ti direi che non è necessaria così come l’ esperienza all’ estero: anzi, spesso avviene il contrario, si parte dall’ Italia e l’ esperienza da startupper si matura all’ estero».

Come si fa a lanciare una start up? A chi bisogna rivolgersi? Si possono avere finanziamenti? E se sì, come?
    «Fondamentalmente bisogna avere una idea che risolve un problema. Poi bisogna impegnarsi, avere costanza e determinazione, ed esser coscienti che non tutti i progetti saranno la prossima Apple, Facebook o Instagram di turno. In Italia ci sono eventi di startup competition, investitori e business angels. Sicuramente non vengono a trovarti a casa solo perché stai facendo una startup. Per arrivare ad avere investimenti, finanziamenti e “recuperare” capitali, bisogna partecipare ad eventi specifici, informarsi, esser presenti ed avere il coraggio di provare. Non c’ è una formula magica per attirare un investitore: certamente c’ è bisogno di dare forma all’ idea e fare. Se l’ idea rimane solo una idea, non ci sono investitori che tengano».

Chi sono i più grandi protagonisti delle start up nel mondo? Cioè, con chi devono competere i nostri ragazzi? Con americani, giapponesi, indiani, cinesi?
    «Ci sono startup con fondatori di tutto il mondo: in questo momento la Silicon Valley ospita molte startup note, ma non sono tutti americani, anzi. In Europa per esempio Berlino sta diventando un punto di sviluppo e punto di aggregazione per startupper e neo imprenditori. A mio avviso gli Italiani, vuoi per creatività, vuoi per design, vuoi per competenza tecnica possono giocarsela benissimo con il resto del mondo: in Italia siamo pieni di talenti, solo che spesso non emergono per più fattori».

Pensi che il mondo delle start up sia robusto? Che sia destinato a durare? O può accadere che sia oggetto di "bolle" che si spengono come è già purtroppo successo a tante aziende che hanno investito in Internet, nell'e-economy?
    «Penso che questo nuovo momento sia più robusto del precedente: certo, non è facile dire se può durare o meno. Sicuramente può portare cambiamento, valore ed innovazione. Sul fatto che ci siano startup che si spengono, penso sia normale e fisiologico: molte non hanno modelli sostenibili, altre non riscontrano una domanda del mercato, altre non vengono portate avanti con determinazione, altre non vengono capite e così via. Le startup non hanno regole diverse dalle aziende normali. Vivono nello stesso contesto, nella stessa era e hanno gli stessi problemi: sono solo più dinamiche, snelle e possono fallire più velocemente, così come possono esplodere e diventare progetti miliardari».

Per le start up gli "incubatori" rappresentano una protezione. Nel settore dell’ Innovation Technologies sono molto diffusi. E la definizione di "incubatore" dà spazio all’ immaginazione: un termine che evoca scenari futuristici, laboratori scientifici all’ avanguardia, studiosi alle prese con chissà quali nuove sperimentazioni, luoghi top-secret.

Eppure sembrerebbe non esserci niente di tutto questo in uno degli «incubatori» più conosciuti d’ Italia, presente a Torino: si chiama I3P Incubatore Imprese Innovativo del Politecnico di Torino. Un luogo, e uno spazio, dove decine di giovani imprenditori si rifugiano, per così dire, per poter portare avanti idee progettuali non solo legate all’ informatica ma anche alla meccanica, alla fisica, alla chimica e alla medicina. Qui le nuove aziende pagano un affitto, ma si tratta di prezzi molto bassi. Quello che è offerto gratuitamente all'inizio, prima che l'azienda si costituisca, sono tutti i servizi necessari per avviare l'impresa, quali stesura del Business Plan, supporto per la ricerca di finanziatori e networkimg.

«Un’ iniziativa per essere di successo deve poter procurare un fatturato di almeno 1 milione di euro l’ anno», conferma senza mezzi termini Massimiliano Ceaglio, coordinatore dell’ incubatore digitale di Torino. Al momento, nell'I3P Incubatore Imprese Innovativo del Politecnico di Torino sono attive una quarantina di aziende. Ma in 12 anni di attività da questo incubatore sono passate, in totale (comprese le 40 attuali), 140 aziende. Stando a dati del 2010, il fatturato globale dell'I3P è stato di circa 40 milioni di euro per circa 120 aziende.

«Tre sono le possibilità», sintetizza Ceaglio: «L’ azienda può andar bene, chiudere oppure essere venduta dopo aver ricevuto l’ offerta di un concorrente». Ed è storia di questi giorni l’ acquisto di Instagram da parte di Facebook: un programma che tramite alcuni filtri rende del tutto professionali le foto amatoriali. «Instagram fatturava “zero” – dice Ceaglio - eppure è stata acquistata per 1 miliardo di dollari, questo perché il programma è riuscito a ottenere un seguito di 31 milioni di utenti. Ma tutto questo è accaduto negli Stati Uniti. Però anche a Torino, all'interno dell'incubatore I3P, ci sono casi di acquisizioni di successo: per esempio, la Beyond Trust di Marco Peretti, un giovane imprenditore originario di Ivrea, con studi da informatico in Scozia e in Belgio; dall’ 89 al 2006 vive e lavora in Lussemburgo dove inizia la sua carriera di serial entrepreneur, cioè di fondatore seriale di imprese: BeyondTrust, infatti, è la terza azienda che crea». 

Per molti giovani informatici riuscire a vendere la propria idea con cifre da capogiro, come accaduto per Instagram, potrebbe essere il massimo. Un aspetto che svela molto dell’ approccio delle nuove iniziative imprenditoriali: non più aziende destinate a fare la storia di una famiglia, a essere trasferite di padre in figlio, ma che nascono anche con lo scopo, dichiarato, di essere vendute in poco tempo. Eppure Ceaglio assicura sull’ aspetto «eco», pulito, della filosofia dell’ incubatore di cui fa parte: «Su 140 aziende solo quattro sono state acquistate, 18 hanno chiuso, altre continuano normalmente il loro lavoro e comunque è la stessa crisi che genera nuove opportunità, questo perché una start up comunque parte sempre da zero».

                                                                                                   Romina Rosolia


Londra

Se gli americani hanno la Silicon Valley, i londinesi hanno il Silicon Roundabout (la Silicon Rotonda). Negli ultimi cinque anni il piazzale di Old Street, nella zona est della capitale, si è trasformato
. Quello che era semplicemente un nodo di traffico e smog in uno dei quartieri poveri londinesi, è diventato il centro di una rivoluzione imprenditoriale e tecnologica che ha preso gli analisti di sorpresa e che ha visto fiorire centinaia di aziende informatiche e web, oggi generalmente conosciute come start-up.

Quando si parla di startup, di solito ci si riferisce a una piccola impresa a base tecnologica, fondata generalmente su un'idea semplice ma inedita, e gestita da pochi, appassionati giovani imprenditori con un capitale limitato ma una “visione creativa” molto precisa. Dal 2007, il numero di start up basati in Inghilterra è cresciuto esponenzialmente, e si sono tutti concentrati a londra nella zona di Old Street, in parte per i bassi costi immobiliari e in parte per facilitare un processo di sinergia e collaborazione.

Secondo statistiche governative citate dal sito ww.techhub.com, nel 2011 si contavano già 600 diverse startup nella zona del Silicon Roundabout. Proprio per la natura fluida ed effimera di queste micro-imprese, questa è una cifra approssimativa, ma viene confermata dalla vitalità della zona e dal fatto che lo scorso autunno il colosso multimediale Google vi ha acquistato un palazzo di sette piani, che fornirà un centro di incontri, conferenze e collaborazioni per gli operatori.

Anche qui in Inghiterra non esiste un identikit per le imprese startup che raggiungono il successo: si può trattare di una nuova App per cellulari, o un sito per microprestiti, o una soluzione tecnologica per facilitare transazioni fra imprese. Last.fm è una delle startup britanniche più famose e di successo. Fondata nel 2002 nel Silicon Roundabaout, oggi ha 40 milioni di utenti in 190 Paesi, e offre uno streaming personalizzato per l'ascolto di musica, in pratica un misto di radio e iPod, con un pizzico di social network per consigliare pezzi favoriti agli amici. Nel 2007 è stata venduta al gigante televisivo americano CBS per 140 milioni di sterline.

Un'altra start up britannica di fenomenale successo è TweetDeck. Essenzialmente, è una App che coordina in un solo “cruscotto” i siti sociali di Twitter e Facebook, offrendo la possibiltà di mantenersi aggiornati con un semplice colpo d'occhio, grazie a un sistema di formattazione a colonne. L'anno scorso TweetDeck è stato acquisito da Twitter, per la probabile cifra di 40 milioni di dollari. Ma non tutti le start up sono concentrate su applicazioni tecnologiche. Hanno avuto successo siti come Seatwave, per comprare e rivendere biglietti per eventi dal vivo (musica, sport ecc.), con una struttura che evita i rischi di eBay, e Zoopla, un sito immobiliare che offre valori di mercato e informazioni locali per praticamente ogni proprietà in Gran Bretagna. Con 7 milioni di visitatori al mese, è diventato il sito di rifermento per chi comincia l'ardua ricerca di un tetto.

Come si può immaginare, le statistiche riportano che l'imprenditore tipico è bianco, maschio e intorno ai 40 anni. Meno del 15% dei manager sono donne e le minoranze etniche sono quasi inesistenti. Ma questo è un settore vitale e innovativo, dove la provenienza sociale conta meno di un'idea originale. E in questo periodo di recessione globale, nuota controcorrente con un tasso di crescita intorno al 7%, secondo il portale per piccoli business, Bytestart.

Di recente il primo ministro conservatore David Cameron ne ha riconosciuto il contributo vitale all'economia, lanciando lo scorso marzo l'iniziativa StartUp Britain: una collaborazione tra il governo e imprese globali come Barclays, Intel, Blackberry e Microsoft; l'obiettivo è di promuovere e incoraggiare i nuovi imprenditori, con un sussidio in media di 1500 sterline per organizzazione. Insomma, i virgulti che stanno spuntando fra l'asfalto squallido della Rotonda di Old Street promettono di trasformarsi presto in una foresta che ossigenerà l'intero Paese.

                                                                                 Cecilia Michelangeli Rivers


Boston


Uno su dieci ce la fa. E’ questo il tasso di sopravvivenza, negli Stati Uniti, delle "Internet startup", aziende di servizi via web che sviluppano idee rese possibili, o prodotti resi appetibili, dalle nuove tecnologie.
Certo non è l’ uno su mille del famoso brano di Gianni Morandi ma è pur sempre un misero dieci per cento. Chi investe su queste idee – spesso apparentemente strampalate - e sui giovani scienziati e ricercatori che quasi sempre le partoriscono - lo sa bene, ma sa altrettanto bene che quell’ unica azienda che riesce a “sfondare” li ripagherà ampiamente delle perdite inflitte dalle altre nove.

“In questo mondo o cresci a dismisura o muori”, dice Leonardo Bonanni, ex ricercatore del mitico Media Lab, pensatoio di assoluta avanguardia, all’ interno dell’ altrettanto mitico MIT di Boston. Il fatto che sia stato costretto a lasciare il suo posto da direttore di un intero team di ricerca per dedicarsi interamente al business, lascia intuire che la sua startup, "Sourcemaps.com", si stia avviando verso la prima delle due opzioni.



I modelli a cui aspirare sono sotto gli occhi di tutti. Insieme ai colossi, Google e Facebook, nomi noti anche agli ormai rari computer illiterate, cioè gli analfabeti del computer, ci sono siti altrettanto familiari agli internauti americani che, o trasformano in digitali attività già esistenti, come Mapquest (mappe) Craigslist (annunci economici) o Ebay
(aste dove comprare praticamente di tutto), oppure creano addirittura nuove abitudini come i popolari Twitter (messaggeria collettiva), Linkedin (network tra professionisti) o Groupon (acquisti di gruppo di beni e servizi a prezzi stracciati).

Tutti nati da unidea, un gruppo di giovani - motivati e tecnologicamente capaci - e qualcuno che all’ inizio ha dato loro fiducia, e, senza garanzia alcuna, abbastanza soldi per partire (“start up”, appunto). Per Bonanni e il suo sito - che traccia la provenienza dei beni di consumo calcolando il carbon footprint, ovvero l’ inquinamento necessario a produrne e a trasportarne ogni singolo componente – il volano è stato lo stesso MIT.

Dal 2008, quando e’ nato, all’ aprile dell’ anno scorso “sourcemap” era uno dei tanti progetti di ricerca del Tangible Media Group, nel quale Bonanni lavorava come dottorando prima e ricercatore poi. Oggi, dopo un anno di attivita’ indipendente vanta gia’ 8,000 utenti ad accesso gratuito (utili al titolare e I suoi quattro collaboratori ad acquisire dati) piu’ una serie di aziende “paganti”, tra cui Airbus e Office Depot, che usano informazioni riservate per avere trasparenza dai fornitori, ottimizzare le filiere e dimostrare sensibilita’ ecologica ai loro clienti finali.

“Altrove, non so se sarebbe stato possibile”, riconosce Bonanni, nato a Chicago da padre italiano e madre francese. E aggiunge: “L’ università mi ha dato la struttura, i collaboratori e la possibilità di girare il mondo a convincere più gente possibile dell’ utilitàdi un servizio che ancora non esisteva”, aggiunge, tenendo a precisare che, nonostante ora voli con le proprie ali, rapporti e collaborazione col prestigioso politecnico rimangono stretti.

Di fatto, se in America le startup nascono come funghi, gran parte delle "spore" vengono proprio dagli atenei. Le idee nascono e crescono o al loro interno (in laboratori finanziati sia da stato che da privati) o appena fuori i confini dei campus, nei cosiddetti spin-off, aziende che producono e commercializzano scoperte o invenzioni scaturite dalla ricerca accademica. E in questo caso i soldi vengono dal cosiddetto “Venture Capital”, ovvero ditte intermediarie tra i classici fondi comuni di investimento e le startup, dipsoste a investire, praticamente a fondo perduto, su idee potenzialmente vincenti.

Non a caso Boston, sede di almeno 50 atenei, alcuni tra i più blasonati al mondo, è con circa 700 milioni di dollari investiti nell’ ultimo quarto del 2011 il secondo mercato mondiale per questa attività, ad alto rischio ed altrettanto alta possibilità di profitto – la California trainata dalla Silicon Valley è il primo, con un giro d’ affari almeno quattro volte maggiore. “Dopo l’ esplosione della famosa bolla di Interne’ nel 2000, gli investitori si sono fatti più esperti, più sofisticati, e anche in questo campo la crisi ha operato una sorta di selezione naturale”, spiega il prof. Peter Russo, docente alla facolta di economia e finanza della Boston University.

Da allora si sono moltiplicati anche i cosddetti Angel Investors, (Angeli dell’ investimento), imprenditori, sopravvissuti alla crisi di dieci anni fa e arricchitisi, magari fondando a loro volta startup, che adesso, singolarmente o a piccoli gruppi, finanziano le nuove – spesso addirittura nella loro fase embrionale”. Trattandosi di cittadini - e soldi –privati , gli “angeli” sono praticamente impossibili da censire, eppure secondo statistiche recenti della fondazione Kaufmann (prestigioso think tank per imprenditori) sembra che il loro peso economico abbia gia’ raggiunto quello delle aziende di Venture Capital tradizionali, di cui, al contrario, essendo soggetti di diritto registrati come tali, si conosce il numero preciso (nel 2010 quelle con investimenti superiori ai 5 milioni di dollari annui erano 462, per un giro di affari totale di 23 miliardi circa).

“Il bello è che, almeno in questa nazione né gli uni né gli altri considerano il fallimento (degli imprenditori) una cosa negativa”, conclude il professor Russo. “Anzi chi ha fallito in passato ha più probabilità di ottenere finanziamenti rispetto a chi non ha provato mai. L’ importante è dimostrare di aver fallito per un buon motivo e di aver imparato qualcosa da quell’ esperienza”. Dalla sua breve, intensa, e tutt’ altro che fallimentare, esperienza, Bonanni sembra aver già imparato molto.

“Se avete un'idea, e pensate che funzioni, la prima cosa è crederci, crederci fino in fondo”, consiglia a chi si affaccia oggi nel mondo delle start up americane. “Non nel senso dei soldi, piuttosto credere che la vostra idea, il vostro prodotto è ciò di cui il mondo ha bisogno, o almeno che contribuirà a renderlo migliore. I soldi, poi, arriveranno di conseguenza”.

                                                                                       Stefano Salimbeni

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