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Silvio Tessari. Misericordia alla portata di tutti

La lettera apostolica di fine Giubileo, Misericordia et misera, affronta diversi temi. Tessari, cooperante di Caritas italiana per 30 anni, ci guida a una lettura “concreta” del messaggio di papa Francesco


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«In fondo è una breve e semplice lettera. Ma contiene delle indicazioni preziosissime su come vivere la misericordia». Silvio Tessari, 67 anni, ha lavorato per i poveri in alcuni dei contesti più “caldi” del mondo: 12 anni in Ciad con tutta la famiglia dal 1968, poi nella Somalia degli anni Novanta e in Ruanda durante il terribile genocidio che ha segnato questo Paese. Per ben 30 anni è stato cooperante di Caritas italiana e nell’ ultimo decennio coordinatore di tutti i progetti in Medio Oriente e Nord Africa. È nonno di sette nipoti e padre di cinque figli, sposato con Loredana da 41 anni. Da soli tre mesi è in pensione: fa il nonno ma va anche a parlare della sua esperienza ai giovani, nelle associazioni e nelle parrocchie, per provare a costruire quella «cultura della misericordia» e dell’ attenzione ai poveri sulla quale papa Francesco insiste nella sua lettera apostolica di fine giubileo, la Misericordia et misera. 

Cosa l’ ha colpita di più di questa lettera del Papa?

«I passi dove dice che la misericordia va vissuta nella fedeltà e nella gioia. Nel mio lavoro con Caritas ho imparato che la carità deve essere intelligente, ma anche gioiosa. Quella con il muso lungo non convince nessuno, in particolare i giovani. E per gioia il Papa intende, come ha detto più volte, anche il buonumore e l’ ironia. Sa a me chi l’ ha insegnato?».

Chi?

«Avevo 27 anni ed ero partito pieno di entusiasmo per il Ciad, dove fra i vari progetti dovevo aiutare una piccola colonia di lebbrosi. Portavo loro regolarmente dei sacchi di miglio, ma non è che mi ringraziassero sempre! Anzi, mi accoglievano sempre con un’ espressione dura sul volto. Dando retta a un anziano missionario due mesi dopo andai da loro dicendo che, invece dei sacchi, avrei portato delle zappe, in modo che potessero coltivare da sé il miglio di cui avevano bisogno. Le assicuro che zappare, per quelle persone che spesso avevano gli arti deformati, era tutt’ altro che facile. Eppure non dimenticherò mai la loro ironia: zappavano insieme prendendosi in giro gli uni con gli altri per le inevitabili difficoltà, e così si coltivarono il loro miglio. Quando andavo a trovarli, finalmente vedevo sul loro volto il sorriso che non avevo visto prima». 

Cos’ era cambiato?

«Ero cambiato io! Mi avevano fatto capire che la vera carità è restituire dignità agli altri. E che se non è condivisa, ma calata dall’ alto, crea dipendenza. I tuareg del deserto dicono che “se fai qualcosa senza gli altri, la fai contro gli altri” e in questo c’ è una grande saggezza».

Nella lettera Francesco dice che la carità «possiede un’ azione inclusiva, per questo tende ad allargarsi a macchia d’ olio e non conosce limiti». È d’ accordo?

«Posso dire di aver sperimentato che la carità ha delle conseguenze impreviste, e che a volte la si fa in modo quasi inconscio. Per esempio  in Africa mi capitava di essere ringraziato da persone alle quali non mi ero nemmeno accorto di fare del bene, e magari di non ricevere soddisfazioni per il progetto principale per il quale ero lì! Ho capito che la carità si espande con logiche sue».

Lei è anche un appassionato della Sacra Scrittura. Come legge l’ invito alle comunità e alle parrocchie di dedicare una domenica all’ anno alla lettura della Bibbia?

«Quando ero in Africa mi prendevano in giro perché andavo sempre in giro con la Bibbia: mi chiedevano se per caso non fossi protestante. Credo che non si possa tener viva una cultura della misericordia cristiana senza un confronto, non dico quotidiano, ma sistematico con la parola di Dio».

C’ è una frase della Bibbia che l’ ha accompagnata nel suo impegno per i poveri?

«Senz’ altro il brano del Vangelo sulle Beatitudini: “Beati i poveri in spirito...”. Quanto ci ho pensato! Essere poveri nello spirito, semplici, non preoccuparsi troppo della propria autostima. E poi, i costruttori di pace: Gesù dice che “saranno chiamati figli di Dio”. Gli altri “beati” erediteranno la terra, vedranno Dio, saranno saziati… ma ai pacificatori Gesù riconosce la dignità più alta. Ed è una beatitudine accessibile a tutti. Forse noi non possiamo portare la pace in Medio Oriente, ma nelle nostre famiglie sì! Con i nostri vicini anche. La pace “normale” è alla nostra portata. E la semplicità di spirito, per come la vedo io, mi permette di provare a essere un pacificatore nonostante i miei limiti».

Il Papa ha voluto istituire una Giornata mondiale per i poveri. Sarà una delle tante oppure può rappresentare un pungolo per le coscienze?

«La mia prima reazione è stata proprio quella di chiedermi se sarà una giornata in più rispetto alle tante che ci sono già. Corriamo questo rischio, perché ormai c’ è una giornata per tutto! Però potrebbe essere “la” giornata che manca in mezzo a tante altre che lasciano il tempo che trovano. Perché richiama con una sola parola – poveri – tante situazioni di sofferenza: da quelle che vediamo sotto casa, perché non c’ è famiglia che non abbia problemi o solitudini, a quelle lontane, dove si soffre per la guerra e la fame. L’ unica cosa da non fare è chiudere la porta. Ecco, credo che Francesco voglia dirci questo. Poi dipenderà dalle parrocchie, dalle comunità, dare una risposta. Perché i poveri, in realtà, permettono alle comunità di interrogarsi su cosa fare, diventando più umane».

Ci sono figure che possono guidarci nel vivere la misericordia e l’ attenzione ai poveri?

«In Somalia ho lavorato per tre anni con Annalena Tonelli, una donna straordinaria che ha dedicato tutta la sua vita ai poveri e si è fatta povera lei stessa, per poi essere uccisa in un attentato. Le dicevo spesso: “Non tutti potranno essere come te”. Ma il ruolo di queste persone un po’ speciali è quello di tenerci svegli, a noi poveri diavoli che possiamo arrivare solo fino a un certo livello. La loro testimonianza dà luce e forza a noi “normali”, che quando è ora di andare a dormire abbiamo sonno e non riusciamo, come faceva lei, a dormire solo tre ore per notte e poi dare tutto il resto del tempo agli altri. Nella lettera il Papa parla anche di una cultura della misericordia “artigianale”. Cosa vuol dire, che è fatta male? Non credo. Forse vuol dire che possono farla anche i semplici artigiani, non solo gli artisti come Michelangelo. Che anche lo scalpellino che scava la pietra per fare la cattedrale ha un ruolo importante. Le opere di misericordia sono alla portata di tutti: questo, secondo me, è il messaggio di Francesco».

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