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Quella corsa a chi chiude prima la scuola

Siamo andati in ordine sparso, come sempre. Ma i nervi non sono più saldi come a marzo e la scuola è troppo importante per gli studenti e gli insegnanti per ridurla a un gioco di forza e di veti incrociati.


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(In alto, il governatore della Campania Vincenzo De Luca - foto Ansa)

Ci risiamo. Abbiamo trascorso l’ estate, tra movida e spiagge superaffollate, a discutere in modo surreale dei banchi con le rotelle e dopo appena un mese dall’ inizio delle lezioni le scuole rischiano di essere chiuse di nuovo. Se è giusto procedere a lockdown o restrizioni mirate per alcune regioni o province sulla base dei contagi, sulla scuola sarebbe auspicabile non andare in ordine sparso. Ne va della credibilità del Paese e del diritto degli studenti ad avere lezioni in presenza. E invece è esattamente quello che sta accadendo. Il presidente della Campania De Luca ha già chiuso le scuole fino al 30 ottobre incappando nell’ ira della ministra Azzolina. Presto potrebbe toccare ad altre regioni, a cominciare dalla Lombardia dove il virus sta picchiando duro sulla città di Milano, risparmiata, in parte, durante l’ ondata di primavera. De Luca invoca «misure di guerra, costi quel che costi». Azzolina gli risponde che c'è bisogno che gli studenti «vadano a scuola o c'è il rischio che si assembrino nel pomeriggio. Se si vuole chiudere si selezionino i luoghi dove c'è il pericolo». Per il ministro «suscitano più preoccupazione matrimoni e feste». E sul problema trasporti aggiunge: «Gli autobus in media sono riempiti al 55% dagli studenti». Tra i due litiganti il terzo, cioè il Pd, cerca di mediare proponendo il 50% di didattica digitale nei licei, alternando casa e scuola.

Bisogna fare di necessità virtù. Siamo nella tempesta perfetta e un altro lockdown sarebbe una mazzata devastante da ogni punto di vista: economico, sociale, psicologico.Ma non possiamo ridurre tutto a schermaglie politiche e a diatribe sul Titolo V della Costituzione riformato (male) e che ora mette in concorrenza Stato ed enti locali su qualunque decisione.

Sulla scuola, forse, avremmo dovuto mettere in relazione i balli in discoteca di tre mesi fa con la scuola, l’ estate con l’ autunno, pensare che certi comportamenti di ieri avrebbero compromesso la scuola di oggi. Manca un’ idea di dovere sociale. Il presente è tutto, il futuro è niente. E se fa paura, dobbiamo esorcizzarlo con feste, balli e movida. Il premier Conte ha detto che se ci sarà un altro lockdown dipenderà dal comportamento degli italiani.  Ma non si sapeva, ad esempio, che con la riapertura delle classi a settembre bisognava quantomeno triplicare le corse di autobus e metropolitane per evitare assembramenti? Il virus non ci ha insegnato nulla, il Paese sembra un’ armata brancaleone dove si ragiona d’ impulso senza nessuna visione prospettica non diciamo per il futuro ma per il medio termine. «Vogliamo una scuola rinnovata, più moderna, più digitalizzata, più inclusiva», aveva detto Conte alla vigilia della riapertura. Un mese dopo siamo ripiombati nell’ incubo di chiusure generalizzate con le Regioni che alzano la voce e procedono in ordine sparso. Tutta colpa del virus? No. Siamo andati in ordine sparso, come sempre. Ma i nervi non sono più saldi come a marzo e la scuola è troppo importante per gli studenti e gli insegnanti per ridurla a un gioco di forza e di veti incrociati.

 

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