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Se le pizze diventano inquinanti

A San Vitaliano, a Nord di Napoli, un'ordinanza del sindaco vieta l'uso del forno a legna per pizze e focacce. I cittadini e i ristoratori protestano: "Non è la pizza la causa dell'inquinamento". Ma fino a primavera niente Capricciose e Margherite


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Anche la pizza entra nel mirino delle misure anti inquinamento. Quella buona, napoletana, cotta nel caro vecchio forno a legna.

Dopo che i dati dell'Arpac hanno stabilito che il comune di San Vitaliano, seimila abitanti a Nord di Napoli, è più inquinato di Milano, il sindaco Antonio Falcone (lista civica), ha firmato un'ordinanza che vieta, "per le attività produttive di panificazione e ristorazione, quali le pizzerie"  di "utilizzare la combustione di biomassa solida (legna, cippato, pellet, carbonella, etc.) per la cottura di cibi, in apparecchiature varie inclusi i forni chiusi o aperti e i foconi per le griglie”.

Possono essere invece utilizzati i forni dotati di "di idonei sistemi di abbattimento delle polveri sottili nei fumi, realizzati secondo le migliori tecnologie disponibili, che eliminino almeno l’ 80 per cento delle polveri sottili PM10”.

Il tutto fino al 31 marzo, quando, con la primavera, si potrà ricominciare a mangiare pizze, pane e focacce alla "vecchia maniera".

I ristoratori, comunque, non ci stanno e puntano il dito contro la Giunta comunale rea di non voler trovare le vere cause. Secondo loro i forni, caminetti e stufe non possono essere imputati visto che lo sforamento c'è anche d'estate. "Rimane da fare il controllo delle attività, che sicuramente ci darà sorprese”, dicono sicuri.

Intanto, però, la pizza resta "fuorilegge".

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