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Se la crisi ci rende ignoranti

Per la prima volta dopo dieci anni la partecipazione a eventi culturali da parte degli italiani è diminuita. Colpa della recessione e dei tagli indiscriminati, certo. Ma il rischio è che ci rimettiamo come individui e come società. Parliamone.


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L'anno scorso gli italiani hanno speso meno in cultura che l'anno precedente. E dov'è la notizia? Con una disoccupazione in costante aumento e una precarietà diffusa, che cos'altro aspettarsi? In realtà, un particolare rende più dirompente di quanto si possa presumere quella notizia: il fatto che tale calo arrivi dopo un decennio di crescita continua. Lo documenta il Rapporto di Federculture diffuso in questi giorni.

Tra il 2002 e il 2011 gli italiani avevano continuato ad andare al cinema, a teatro, nei musei, ai concerti, segnando una crescita di oltre il 25 per cento. Fino all'anno scorso, appunto, in cui si è registrato un calo del 4,4 per cento, che non ha risparmiato nessun settore dell'offerta culturale: -8,2 per cento il teatro, -7,3 per cento il cinema, -8,7 per cento i concerti, -5,7 per cento musei e mostre... A risentirne è la "partecipazione culturale complessiva" - ovvero gli italiani che hanno fruito di più di un intrattenimento culturale nell'arco di un anno -  che si è fermata al 32,8 per cento, in calo rispetto al 2011 dell'11,8 per cento. In un solo anno i musei statali hanno perso il 10 per cento dei visitatori, scesi da 40 a 36 milioni, ovvero poco più di quelli dei soli musei londinesi.

In ribasso sembra proprio l'appeal del Paese, che nel Country Brand Index 2013 crolla al 15/o posto. Anche il turismo non va come dovrebbe: mentre a livello mondiale gli arrivi internazionali nel 2012 raggiungono il miliardo, in Italia aumentano solo del 2,3 per cento.

Il ministro alla Cultura Massimo Bray e il presidente Federculture Roberto Grossi (si veda l'intervista specifica) puntano il dito sul pesante taglio alle risorse di cui è stato vittima il settore. Se non si investe, è chiaro che l'offerta si impoverisce e diventa meno attraente. E non vanno calcolati solo i tagli a livello nazionale, ma anche quelli operati dagli enti locali, privando il territorio di svariate iniziative. Il primo imputato è, ancora una volta, la politica, incapace di guardare al settore con intelligenza e lungimiranza, cogliendone le opportunità e la centralità di un modello di sviluppo moderno.

Qual è l'effetto di tutta questa miopia, di questi tagli che - va ricordato - colpiscono allo stesso modo la scuola e l'università? La prima risposta l'ha data il Rapporto Federculture:  diminuisce il consumo culturale, gli italiani  vanno meno al museo, vedono meno film, ascoltano meno musica, non mettono piede nei teatri (e gli stranieri ci scelgono sempre meno come meta pe ri loro viaggi)... E se diminuisce il consumo culturale - come viene detto con un'espressione poco felice - smettiano di crescere come individui e come società, non alimentiamo il nostro spirito, non allarghiamo i nostri orizzonti, non acquisiamo nuovi strumenti di interpretazione della realtà... In una parola, siamo più ignoranti. E scusate se è poco...

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