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Scianna: «I bambini ci guardano»

Il grande fotografo ha pubblicato un libro sull'infanzia: «È lo specchio di noi adulti e della nostra società. Vorrei che fosse riconosciuta come degna di un rispetto speciale».


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In quarant'anni di carriera, non c'è tema che sia sfuggito allo sguardo di Ferdinando Scianna. Nato a Bagheria nel '43, cominciò a ritrarre in modo sistematico la sua terra e la sua gente. Il frutto fu il volume Feste religiose in Sicilia, con un saggio di Leonardo Sciascia, del 1965, che lo consacrò fra i grandi autori della fotografia. Lavorò quindi per l'Europeo, fu corrispondente da Parigi, conobbe Henri Cartier-Bresson e diventò membro di Magnum Photos. Guardando a ritroso la sua carriera, Scianna si è accorto che una presenza attraversava il suo lavoro, non l'unica, ma certamente costante e centrale. Ed erano i bambini: «Nel volume Piccoli mondi, appena pubblicato da Contrasto, ne ho selezionate cento, ma sono migliaia».

Scianna, che cosa l'ha spinta, in questi anni, a soffermarsi sull'infanzia?
«È una domanda che mi sono posto io stesso. Certo, tutti fotografano i bambini. Secondo una ricerca, addirittura il 70 per cento degli scatti ha proprio questo soggetto: li riprendiamo sul bagnasciuga, mentre soffiano sulle candeline del compleanno, alla comunione, alle gare sportive... A differenza delle altre specie, quella umana si dedica più a lungo all'educazione dei figli, quindi nasce un rapporto speciale. Per questo anch'io me ne sono occupato, come papà e come professionista. Molte delle foto raccolte in Piccoli mondi sono nate da occasioni. Certo, i bambini li guardiamo molto, ma a volte dimentichiamo che anche il loro sguardo è fisso su di noi. Non solo per osservarci, ma anche per giudicarci. Allora mi viene il sospetto che il nostro puntare gli occhi su di loro sia una sorta di captatio benevolentiae, per ingraziarceli».

Lei dice che con le sue immagini vorrebbe anche proporre un arccaonto non retorico,  meno idealizzato dell'infanzia. Per esempio, sostiene che non saranno i ragazzini a salvare il mondo...
«Sì, ne dubito. Sono meravigliosi, i bambini? Lo sono, ma sono anche egoisti e rapaci. Sono innocenti? Credo che la perdita dell'innocenza si elabori fin dalla primissima infanzia. Nelle dittature che ho conosciuto, i bambini imbracciano sempre fucili o altri tipi d'arma. Riflettono in modo potenziato i nostri fanatismi, al punto che nessun adulto è più fanatico di un bambino fanatico. Per questo sono convinto che la nostra attenzione su di loro sia in realtà un'interrogazione su noi stessi. I bambini sono un uomo che contiene una storia, un romanzo tutto da scrivere. La fotografia coglie e sviluppa tale propensione. Guardando a posteriori quell'attimo di vita che è una foto, ci domandiamo: che cosa gli sarà successo, poi? sarà stato felice? sarà diventato capo dello Stato... Le immagini contengono un destino».

La fotografia applicata all'infanzia assume anche una valenza sociale...

«Lo sfruttamento dei bambini è una delle tragedie più antiche del mondo. Quel che fece Dickens con i suoi romanzi, in ambito fotografico l'ha fatto l'americano Lewis Hine all'inizio del secolo scorso. E non si pensi che la questione non riguardasse l'Italia, perché nella mia Sicilia, 70 anni fa, bastava avere cinque anni per lavorare nelle miniere, e le bambine possono narrare una lunga storia di schiavitù... Con il mio lavoro ho voluto anche tracciare un percorso che ci induca a riconoscere l'infanzia come degna di un rispetto speciale. I piccoli li vediamo inermi, affidati a noi adulti: possiamo renderli oggetto della nostra tenerezza o della nostra crudeltà».

Il rischio di strumentalizzazione dell'infanzia attraverso l'immagine è forte...
«Riguarda la vicenda culturale dell'immagine nel nostro tempo. McLuhan raconta che un giorno incontrò una signora e le disse: "Che bel bambino!". Lei rispose: "E non lo ha visto in fotografia!". Una frase terrificante: sostituisce l'immagine della cosa alla cosa stessa. Con tutte le implicazioni del caso, nel bene e nel male. Mi spiego: i bambini assurgono a paradigma dei mali, quindi per denunciare una carestia si mostra un bimbo denutrito... Il pericolo è che l'immagine mistifichi o veli la realtà. A una mostra sulla povertà, a cui partecipavo, una donna si disse commossa dalle immagini. Mi alzai in piedi per ricordarle che la povertà non era presente nella sala in cui ci stavamo discutendo, ma fuori; che la incontrava ogni giorno uscendo di casa, che è sotto i nostri occhi... Va riaffermato il primato della realtà. Per paradosso, dico che a me della fotografia non m'importa nulla...».

Parole forti, pronunciate da un grande fotografo...
«La fotografia è un linguaggio, uno strumento. Uno scrittore scrive forse per la letteratura? O piuttosto è interessato alle cose di cui scrive? Allo stesso modo, si fotografa in quanto affascinati dalla bellezza o indignati dall'ingiustizia. La realtà è il cuore della fotografia. La sua differenza e peculiarità, rispetto ad altri linguaggi, sta nel fatto che non può mistificare né inventare. Almeno fino ad oggi...».

Questa è l'epoca del photoshop, del ritocco...
«Non ci si può più fidare. Monica Bellucci un giorno disse. "Non crediate che io sia come mi vedete nelle foto...". Ed è proprio così. Inverce il significato di questa professione, per me, è sempre stato quello di creare un ponte meno fragile fra noi e la realtà».

La tecnologia ha barato il gioco?
«La tecnologia è sempre una conseguenza della cultura, dei bisogni dell'uomo. La fotografia nacque per documentare la realtà, oggi le chiediamo di mostrarci noi stessi e il mondo come vorremmo che fossero. Da parte mia, ho provato a essere un fotografo che non fa ritocchi».

Siamo arrivati lontano, partendo dal suo Piccoli mondi...
«Con queste 100 foto sui bambini mi interessava tracciare un panorama emotivo e intellettuale del nostro rapporto con loro. Di testimoniare la loro capacità di inventare mondi, il loro modo di rapportarsi ai genitori. Di mostrare - come accade già con l'immagine di copertina - che una bambina, ricoverata in una specie di orfanotrofio della vecchia Saigon, ma con il suo gioco in mano, può essere più felice di un bambino ricco. Non è, il mio, un libro ideologico, ma lo specchio della mia esperienza».

L'ha dedicato a Nanà...
«È l'ultima delle mie tre figlie. Aveva protestato perché avevo dedicato dei libri alle sorelle e non a lei. Ho rimediato».

Scianna presenterà per la prima volta il volume Piccoli mondi il 24 maggio a Ragusa nell'ambito del Festival "A tutto volume" (info: www.atuttovolume.org).

Immagine articolo
Ferdinando Scianna, uno dei più grandi fotografi italiani.
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