Immagine pezzo principale

Rocco Hunt, l'orgoglio del Sud è rap

Ha vinto le Nuove Proposte a Sanremo e con suo nuovo disco 'A verità Rocco Hunt è finito al primo posto nella hit parade. Ecco un ampio stralcio dell'intervista pubblicato sul numero di Famiglia Cristiana in edicola.


Pubblicità

All’ ultimo Sanremo c’ erano i cantanti, presi nel vortice di prove e interviste e quindi inaccessibili alla gente. E poi c’ era Rocco Pagliarulo, in arte Rocco Hunt, 19 anni, da Salerno, professione rapper. Potevi incontrarlo ovunque per i viali di Sanremo, quasi sempre accompagnato da mamma e papà, sempre sorridente come uno studente in gita. Un alieno, che però quando è salito sul palco e ha cantato Nu juorno buono ha conquistato tutti, vincendo la categoria nuove proposte con il 75 per cento di preferenze. Il suo invito alla gente del Sud a ritrovare il proprio orgoglio, senza per questo dimenticare i problemi che ci sono, è subito rimbalzato nelle radio: «Questo posto non deve morire. La mia gente non deve partire. Il mio accento si deve sentire. La strage dei rifiuti, l’ aumento dei tumori. Noi siamo la terra del sole, non la terra dei fuochi».

A fine marzo è uscito ’ A verità, il suo secondo album, ed è subito schizzato in testa alla hit parade. Roba da montarsi la testa. ma Rocchino, come lo chiamano tutti, finora non ha avuto il tempo per farlo: «Da quando ho vinto, sto sempre in giro. ancora non riesco a capire quanto la mia vita sia cambiata».

Parlaci un po’ di te. Chi eri prima di diventare Rocco Hunt?
«Ho lavorato per un bel po’ in una pescheria. mi piaceva, ma la passione per la musica è stata più forte. Con i soldi guadagnati ho finanziato il mio primo video che su internet ha spopolato, attirando su di me l’ interesse dei discografici. Così è iniziato tutto».

I tuoi genitori ti hanno sempre incoraggiato?
«All’ inizio no. Ogni tanto mio padre entrava nella mia stanza senza dirmi niente. Io ascoltavo la musica con le cuffie e mi dimenavo come facciamo noi rapper. Lui fissava l’ immagine di Padre Pio e poi ripeteva: “Perché, perché proprio a mio figlio?”».

Hai solo 19 anni, ma dimostri una maturità notevole. A chi va il merito?
«Innanzitutto a mio padre, che fa l’ operatore ecologico, lo spazzino insomma. Vengo da una famiglia con pochi mezzi, ma che mi ha dato una solida educazione. Poi c’ è la scuola: mi sono diplomato l’ anno scorso in ragioneria. E infine la “scuola della strada”, dove sono cresciuto».

Molti rapper usano nei loro testi espressioni volgari o comunque di un linguaggio molto crudo. È inevitabile?
«Ci sono ragioni storiche: il rap è nato negli Stati Uniti dallo slang, il linguaggio usato dai giovani afroamericani che vivevano in strada. Io mi ritengo un rapper positivo, anche se pure a me ogni tanto scappa qualche parolaccia nei testi. Però mi rendo conto che non è giusto. Non è necessario essere trasgressivi o volgari per arrivare al cuore dei giovani. Nella mia fanpage su Facebook ho oltre 500 mila iscritti e sento la responsabilità di quello che dico, specie perché molti di quelli che ci ascoltano non hanno tanti altri punti di riferimento oltre ai rapper. Quindi è giusto cercare di calibrare le parole, come ho fatto nel mio ultimo disco».
In ’ A verità dici: «Je prego a Dio». Che rapporto hai con la fede?
«Per me che sono cresciuto al Sud in un contesto difficile, dove è facile prendersi una coltellata, è sempre stata qualcosa di molto concreto. Ripetermi “non rubare” o “porgi l’ altra guancia” mi ha aiutato a sopravvivere».

Immagine articolo
Loading

Pubblicità
Iniziative San Paolo