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E la Rai mette al bando la cronaca nera

Non capiterà più di vedere casi più o meno recenti di cronaca nera trattati nel bel mezzo di un programma dichiaratamente dedicato alla famiglia: lo ha promesso il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’ Orto. Una scelta da sostenere, che va nella direzione di un vero servizio pubblico, anche al costo di perdere qualche punto di audience.


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Non capiterà più di vedere casi più o meno recenti di cronaca nera trattati nel bel mezzo di un programma dichiaratamente dedicato alla famiglia come il consolidato contenitore pomeridiano “Domenica In” (Rai1). Questo ha promesso il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’ Orto, dichiaratosi consapevole che la scelta potrà costare qualcosa in termini di ascolti ma anche deciso a rilanciare la qualità del servizio pubblico.

Se così sarà, ben venga il nuovo corso. Troppe volte si è assistito al morboso chiacchiericcio sui delitti di attualità con conduttori e ospiti più preoccupati di farsi notare che di aiutare – eventualmente – il pubblico a capire e, soprattutto, con la proposta di contenuti e modalità per niente adatti al pubblico famigliare tradizionale della domenica. Per non parlare di quella volta in cui proprio a “Domenica In” nell’ orario di punta del tardo pomeriggio andò in onda un’ intervista di Paolo Bonolis, allora in forza alla Rai, al serial killer Donato Bilancia…

Probabilmente la diretta concorrente “Domenica Cinque” (Canale 5) non solo non imiterà la Rai ma, anzi, affonderà il colpo mantenendo l’ attenzione su un genere che, peraltro, nei palinsesti televisivi contemporanei va per la maggiore. Basti pensare a tutti i cosiddetti talk show di (presunto) approfondimento informativo che, sul modello di “Quarto grado” (Rete4), “Amore criminale” o “Chi l’ ha visto?” (Rai3), affollano i palinsesti della Rai, di Mediaset e di canali dedicati all’ interno dell’ ampia gamma dei canali digitali.

Già la ripetitività degli argomenti e dei casi affrontati è un punto a sfavore di questo genere di trasmissioni, che spesso – con il pretesto di far capire agli spettatori a capire come e perché sia stato compiuto un delitto – scavano senza remore nell’ intimità delle vittime, dei parenti, degli assassini e degli eventuali complici, con la presenza dei soliti “esperti” o presunti tali. E mentre le indagini degli organi competenti e i procedimenti giudiziari fanno il proprio corso, si allestisce un tribunale mediatico parallelo e permanente, in cui non di rado anche le ipotesi più assurde vengono spacciate come verosimili e si lascia sempre qualche spiraglio aperto ai misteri da svelare nella puntata successiva.

A ben guardare, anche le serie di importazione estera – soprattutto Usa – appartengono in larghissima misura al genere che qualche anno fa si definiva “poliziesco” e che oggi è più di moda definire “crime” (crimine), in qualche modo corrispondente al classico giallo letterario. Se non altro, in questi casi è chiaro che si tratta di finzione, mentre nei programmi di cui sopra, generalmente condotti da giornalisti, spesso si mescolano i dati reali con le supposizioni, le immagini vere con quelle appositamente create utilizzando dei veri e propri attori, la realtà con la fiction. E questo può generare ulteriore confusione. Nelle trasmissioni di questo genere si cattura l’ attenzione dello spettatore con elementi di sicura efficacia: la presenza degli inviati nei luoghi dei fattacci, le interviste strappacuore ai parenti stretti delle vittime, le ricostruzioni più o meno attendibili ma sempre spettacolari, l’ allestimento scenografico con i volti dei protagonisti delle vicende, l’ inevitabile curiosità che suscita un caso di cronaca nera, soprattutto se ancora insoluto.

La cronaca nera fa parte della realtà quotidiana come tutto il resto della cronaca e per questo va raccontata. Ma per farlo servono luoghi televisivi e giornalistici appropriati e, soprattutto, modalità narrative coerenti con lo scopo del programma. Che, nel caso del servizio pubblico, non può essere soltanto quello di fare audience per vendere a un prezzo più alto gli spazi pubblicitari.

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