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Quei due infermieri trattati come untori dai condomini

Hanno trovato sulla porta di casa un foglietto: "Ci farete infettare tutti"


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Mena Gargiulo e Alfredo Botta sono una coppia di infermieri della provincia di Napoli. Nei giorni scorsi hanno trovato un biglietto nella buca delle lettere che di fatto li classificava come "untori". Un foglietto scritto a penna. Con una grafia incerta, un po’ elementare, qualcuno si è rivolto a loro: “Ci farete infettare tutti - si legge - continuate a portare il virus dai vostri ospedali. Grazie!”. Mena e Alfredo lavorano da oltre 25 anni come infermieri, dopo varie esperienze in Campania sono entrambi in ortopedia, lei nell’ ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia e lui nell’ ospedale  Santa Maria delle Grazie di Sorrento.

Infermieri, proprio quella categoria di cui si parlava tanto anche prima della pandemia, ma non per il valore e il coraggio. A inizio anno, le cronache, riportavano la conta delle aggressioni subite. “Siamo passati dalle aggressioni, all’ essere eroi e poi oggi anche untori - spiegano al telefono Mena e Alfredo - ma non facciamo altro che fare ciò che facciamo da sempre: assistere gli ammalati, curare il prossimo e prenderci cura di chi soffre. Oggi più di ieri”. 

Nessun giorno di ferie. Mena e Alfredo sin dal primo momento hanno lavorato in prima linea. “La vita di un infermiere in questo periodo non è serena - raccontano - quando tutto questo è cominciato ci siamo confrontati. Perché rispetto ad altri colleghi, il rischio per la nostra famiglia è doppio. E leggere anche questi biglietti per noi è stato mortificante. Lo è stato anche per nostra figlia. È stata lei a suggerirci di rispondere a questo sconosciuto. Abbiamo cercato di fargli capire il nostro punto di vista e il nostro spirito, dicendogli che siamo onorati di svolgere questo lavoro, il rischio di portare a casa malattie e virus c’ è sempre stato ma non ci siamo mai tirati indietro e non abbiamo intenzione di farlo ora. Anche se ci costa moltissimo”. E il prezzo da pagare è quello più alto, quello degli affetti. Un piccolo dramma interiore che si consuma ogni volta che Mena e Alfredo incrociano gli occhi della loro figlia e che cresce quando con il cellulare invece videochiamano la nipotina di 4 anni. “Vorremmo entrare nello schermo per toccarla, abbracciarla ma non possiamo avvicinarci e così anche con nostra figlia. In casa cerco di proteggerla il più possibile creando una barriera con lei, desiderando un suo bacio, un abbraccio - racconta Mena - ed è così anche per mio marito che non vede sua madre da inizio marzo, passa sotto il balcone, si salutano dalla strada e va via”.

Ed è in questo contesto che quel biglietto fa ancora più male. “Vorremmo parlare con chi ci ha scritto e magari aiutarlo a comprendere meglio questo tempo - racconta Alfredo - sono sicuro che quelle frasi sono state dettate dalla paura. Anche i nostri figli hanno timori per questo Covid19 ma abbiamo parlato con loro, gli abbiamo spiegato la situazione - continua Mena - e utilizziamo tutti i dispositivi di sicurezza per proteggere noi e chi amiamo, sia in ospedale che a casa”. In questi mesi il loro lavoro è andato oltre. Sí perché nel reparto di ortopedia la situazione è molto delicata. “I pazienti sono soprattutto anziani che operati o al femore o ad altri arti, sono immobilizzati nel letto - spiega Mena - i parenti non possono entrare. Così stiamo aiutando le famiglie ad essere più vicini ai loro cari, con telefonate e videochiamate ma ci capita spesso anche di imboccare qualche paziente. Loro ci ringraziano e non vederli soffrire ci fa star meglio”. E dopo il perdono arriva anche la gioia della solidarietà: “La nostra professionalità è sempre stata a disposizione dei nostri vicini  - raccontano - ma dopo questo episodio abbiamo ricevuto molti messaggi di affetto, la nostra vicina Rosa ci ha portato dei dolcetti con un altro biglietto. Ci ha detto che siamo gli angeli di questo periodo terribile augurandoci la benedizione del Signore. Ed è così ci siamo ritrovati parte integrante di una meravigliosa comunità fatta di fratelli”. 

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Il foglietto affisso alla porta dei due infermieri e la loro riusposta.
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