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Se un figlio non si vuole per le rinunce della mamma


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Nel suo saggio La stanza dei dialogo. Riflessioni sul ciclo della vita (Casagrande), la psicologa Silvia Vegetti Finzi parla della fretta e della mancanza di tempo che ci porta a rimandare le decisioni. Ma una scadenza come la maternità non può essere fisiologicamente rinviata.  «Nel mio lavoro clinico raramente ho incontrato chi afferma “non voglio un figlio”, ma piuttosto tante donne che dicono di volerlo più avanti».

Perché questo rinvio?

«Perché le tappe della nostra esistenza si sono allungate, come si è allungata la vita media. Non è così per la fecondità femminile, anche se la società ci manda questo messaggio».

Il rinvio cosa nasconde?

«Un rifiuto dettato dalla paura del dolore fisico del parto o dal non sentirsi all’ altezza».

Quanto conta la famiglia d’ origine in questa scelta?

«Molto. Spesso chi rinuncia alla maternità ha davanti esempi di grande fatica: madri che si sono sempre lamentate di quanto i figli avessero distrutto la loro vita, le loro aspirazioni e che si sono chieste tutta la vita chissà cosa avrebbero potuto fare se non li avessero avuti. In un tale contesto facilmente una figlia si convince a non diventare madre».

E l’ uomo che incontra?

«In molti casi non conta nulla. Gli uomini spesso dicono di non volere figli ma poi sono contentissimi. Una donna sente quando si tratta di una semplice paura che si scioglie come neve al sole. Per l’ uomo l’ attesa del figlio viene mediata dalla sua compagna».

Vi sono poi rimpianti?

«Non sempre. Non si può generalizzare. Ogni storia è diversa. Tuttavia, mi raccontano i ginecologi, molte donne ricorrono alla fecondazione artificiale perché hanno rinviato fin quando le probabilità di restare incinta sono divenute pochissime. Spesso hanno sacrificato la maternità al lavoro e si sono accorte che non ne valeva la pena. Sicuramente è un dolore profondo ma è possibile mediarlo magari facendo la zia con molto impegno o occupandosi di bambini bisognosi. Si possono trovare tanti spazi per recuperare la mancanza di un figlio. Quello che non si recupera più è il “figlio di pancia”».

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