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Profughi in Libia, destinazione inferno

Sevizie, ricatti, rapimenti, abusi sessuali, stupri, torture, violenze di ogni genere. Il calvario dei migranti reclusi nei centri di detenzione. Le drammatiche testimonianze rese ai medici legali italiani che visitano i richiedenti asilo.


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Nella vicenda legata alla nave Mare Jonio, sequestrata dopo l'approdo a Lampedusa con il suo carico di 49 migranti, il Governo sostiene che i naufraghi avrebbero dovuto essere recuperati dalle motovedette libiche e rientrare nel porto sicuro di Tripoli. In realtà la Libia non è un porto sicuro dove poter rimandare i migranti. Lo dicono le drammatiche testimonianze dei profughi sopravvissuti ai campi di concentramento libici, ma anche i medici italiani che si occupano da anni di stabilire gli esiti di violenza e torture subiti dai richiedenti asilo nel Paese nord Africano.

I pestaggi, gli shock elettrici, gli stupri, le esecuzioni di uomini, donne e bambini non dovrebbero essere ignorati dal Governo italiano, quando vieta gli sbarchi delle imbarcazioni con a bordo dei naufraghi. In Libia, circa un milione di persone vengono rinchiuse nei campi di concentramento, dove subiscono ogni sorta di violenza. Ci racconta il dottor Carlo Bracci, 80 anni, medico legale che collabora da molto tempo con l’ Associazione Medici contro la Tortura, SaMiFo, con la Asl Roma 1 e il Centro Astalli di Roma, che assistono le vittime delle torture:

“Le persone che nel loro viaggio sono passate per la Libia presentano storie di violenze subite nei luoghi di detenzione di quel Paese diverse da quelle che siamo soliti vedere. Il motivo di queste violenze  è  la sola volontà dei carcerieri di estorcere loro il denaro  per poterli liberare, o imbarcarli verso l’ Europa. I profughi vengono sottoposti a violenze di ogni genere, magari mentre parlano con i propri familiari al cellulare, per obbligarli a chiedere i soldi necessari per il riscatto. Una donna riferiva di essere stata obbligata a parlare con la madre mentre veniva violentata dai suoi carcerieri. Si tratta di violenze fisiche, psicologiche e sessuali il cui ricordo è doloroso sia per chi le ha subite che per il familiare che le ascolta. L’ essere stato in balia di questi uomini, trattati come oggetti privi di qualsiasi diritt,o mina profondamente l’ integrità della persona e saranno necessari lunghi percorsi di sostegno psicologico e sociale per permettere il ritorno alla vita a chi è sopravvissuto a tutto ciò”.

Anche la dottoressa Francesca Friani e il dottor Giovanni Mario Faleg, medici della Asl Toscana Centro di Firenze, che visitano ormai da anni i richiedenti asilo. ci raccontano il dolore di questa umanità disperata che approda sulla sponda del Mediterraneo in cerca di un futuro migliore:

“Effettuiamo un colloquio con il profugo, alla presenza del mediatore linguistico ed un esame obiettivo finalizzato a riportare gli esiti cicatriziali visibili sul corpo del paziente. La storia raccolta serve a valutare la congruità o meno delle cicatrici che troviamo sul loro corpo con la violenza riferita e anche il tempo intercorso tra l'evento traumatico e la visita. Abbiamo visitato circa 250 giovani provenienti maggiormente dall'Africa nord-occidentale (Senegal, Mali, Niger, Guinea, Nigeria). Il viaggio, una volta lasciato il Paese d'origine, ha per tutti una tappa obbligata in Libia, porto di partenza per l'approdo via mare in Italia. Per molti giovani visitati, le violenze riferite cominciano già nei Paesi di origine e soprattutto sono correlate a scontri tra diverse etnie, per il diverso credo religioso o per il diverso orientamento sessuale. Molti giovani, provenienti soprattutto dal Senegal, hanno riferito violenze e maltrattamenti anche durante gli studi nelle scuole coraniche dove spesso venivano segregati come schiavi e costretti a chiedere l’ elemosina, ricevendo poi punizioni corporali. Le lesioni riscontrate sono state soprattutto provocate con corpi contundenti (bastoni o pietre) oppure lesioni da arma da taglio, alcune particolarmente vistose e deturpanti effettuate con il machete. Abbiamo anche certificato casi di lesioni da arma da fuoco.
L'arrivo in Libia coincide con un periodo più o meno lungo di prigionia e qui vengono riferite modalità di violenza completamente diverse; le lesioni non sono sempre visibili, vengono riferite pratiche di tortura come essere appesi a testa in giù e ricevere percosse, con tubi di plastica, sulla pianta dei piedi; tale pratica non lascia cicatrici ma comporta un dolore cronico e invalidante; vengono riferite bruciature di acqua calda capaci di lasciare cicatrici da ustione e frustate con utilizzo di fili elettrici. Sono sevizie reiterare al solo scopo di ottenere denaro dalla famiglia di origine. I giovani visitati sono piuttosto reticenti a riferire di abusi sessuali ma è spesso facilmente intuibile dalla storia raccontata e dall'imbarazzo nel riferirla. Ciò che però, paradossalmente, colpisce noi medici è soprattutto l'aspetto psicologico, lo sguardo basso che questi giovani tengono davanti a noi operatori, la sensazione che nella loro testa siano state fatte violenze ancora più grandi che sui lori corpi”.

Dai racconti dei profughi, inoltre, emerge spesso la scarsità di cibo e di acqua all’ interno delle prigioni lager libici, l’ impossibilità di muoversi o di dormire sdraiati. Alcuni profughi hanno raccontato di aver dovuto rimanere in cella per giorni insieme ai cadaveri degli altri detenuti, morti a causa degli stenti o delle violenze ripetute subite dai carnefici.
Ecco la testimonianza di un sopravvissuto ai campi di concentramento di Sabratha:

“Ci obbligavano a spogliarci e sceglievano qualcuno tra noi per essere massacrato davanti agli occhi di tutti gli altri. Uomini e donne, nudi e flagellati. Tutti dovevano guardare quell'orrore senza far rumore, senza coprire gli occhi. I bambini erano i più terrorizzati, piangevano e allora le guardie li picchiavano e ordinavano alle madri di tenerli zitti, o li avrebbero ammazzati”.

Il dottor Bracci ci spiega perché la pratica della “falaqa” (i colpi violenti sulla pianta dei piedi dei profughi) è una pratica di tortura frequente in Libia

“In questo momento in cui c’ è chi nega che nei campi di detenzione libici, compresi quelli gestiti dal governo di Tripoli, le condizioni siano inumane voglio ricordare la pratica della “falaqa” consistente nella somministrazione di colpi ripetuti sulla pianta dei piedi perché le sue conseguenze sono assolutamente tipiche e non possono essere provocate da traumi di altro tipo, come riportato anche nel protocollo di Istanbul, il manuale per un'efficace indagine e documentazione di tortura o altro trattamento o pena crudele, disumano o degradante approvato  dall’ Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Quasi la totalità delle centinaia di persone provenienti dai luoghi di detenzione della Libia  hanno subito più volte, ogni giorno e anche per mesi, questa pratica di tortura e ne portano i segni inequivocabili sul corpo.“

Bracci ci racconta la storia dei profughi e ci invita a "restare umani":

“All’ inizio della nostra attività, ci siamo rivolti a persone che fuggivano dai Paesi dittatoriali dell’ America Latina negli anni ’ 80 e abbiamo ascoltato storie terribili e fatto assieme a loro percorsi lunghi, difficili e dolorosi; erano comunque cittadini italiani emigrati o figli di emigranti, senza problemi di permesso di soggiorno, di cultura simile alla nostra, accolti in una società che stava in gran parte dalla loro parte. Ora ci troviamo a operare in una situazione ben diversa a tutti ben nota e vediamo ogni giorno persone che hanno sofferto violenze e persecuzioni perdere il diritto all’ assistenza, costretta a lavorare in condizioni che possono essere definite di schiavitù. Il futuro appare oscuro, ma le difficoltà devono spingerci a operare sempre meglio con la massima professionalità e a costruire una rete di relazioni che pongano le basi per una accoglienza degna di un Paese civile”.

I profughi hanno spesso solo il proprio corpo come documento storico della loro esistenza. E’ scritto sul corpo di queste persone, nelle cicatrici che portano, nella sofferenza che stentano a raccontare, la storia del nostro tempo. La sola prova che spesso possiedono per farci capire cosa accade sull’ altra sponda del Mediterraneo, In Libia, il Paese dei nuovi campi di concentramento dove non si dovrebbe rimandare nessuno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Carlo Bracci
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