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Lavoro, fermezza a senso unico

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La modifica all’ articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è, certamente, la questione più controversa del disegno di legge sul lavoro presentato dal Governo. A fronte di numerose innovazioni a favore dei precari (estensione degli ammortizzatori sociali, stop alle false partite Iva, incremento delle aliquote contributive, contrasto delle dimissioni in bianco, estensione dell’ indennità di disoccupazione...), il premier Monti si è irrigidito sui licenziamenti economici individuali.

Una fermezza, però, che non ha dimostrato verso tassisti e banche. Queste hanno ottenuto di far cancellare la norma che prevedeva i conti correnti gratuiti per i pensionati. Se la riforma dovesse passare così com’ è, chiunque in un’ azienda sia ritenuto non compatibile con una riorganizzazione del lavoro o con mansioni giudicate inadatte, può essere mandato via dalla sera alla mattina. Senza nemmeno la possibilità di reintegro da parte di un giudice. Magari per far da “capro espiatorio” alle responsabilità di qualchesqualo o squaletto d’ impresa.

Il capo dello Stato Napolitano ha cercato di rassicurare l’ opinione pubblica, spiegando che non ci saranno “espulsioni di massa”. Ma il problema che nelle fabbriche e nelle aziende si possa creare uno stillicidio silenzioso, con l’ alibi della crisi, resta. Pierre Carniti, lo storico segretario della Cisl e leader dei cristiano-sociali, ha evocato i licenziamenti ad nutum, quelli che avvenivano nelle fabbriche con un semplice cenno del caporeparto. Insomma, come ha scritto il sociologo del lavoro Luciano Gallino, «lo scenario è pronto:da un lato, dinanzi al cospicuo vantaggio di poter ridurre la forza lavoro senza nemmeno dover licenziare, l’ aumento dell’ 1,4% del costo contributivo dei contratti atipici si configura come uno svantaggio quasi trascurabile. Dall’ altro lato, la libertà concessa di licenziare ciascuno e tutti per motivi economici,veri o presunti o inventati, di cui chiunque abbia un’ idea di come funziona un’ impresa può redigere un elenco infinito, costituisce un formidabile incentivo a modulare quantità e qualità della forza lavoro utilizzata a suon di licenziamenti. Magari assumendo giovani freschi di studi, al posto di quarantenni o cinquantenni tecnologicamente obsoleti, che tanto, una volta perso lo stipendio, non dovranno aspettare più di dieci o quindici anni per ricevere la pensione».

Come ha ricordato monsignor Giancarlo Bregantini, presidente della Commissione lavoro della Cei, basandosi su oltre cent’ anni di dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum novarum, i lavoratori non sono“merce”. Non possono essere considerati “fuori produzione”. L’ auspicio è che il disegno di legge venga modificato nella sua parte socialmente più ingiusta. Per evitare abusi. Non sarà licenziando i padri e assumendo a metà prezzo i loro figli che risolveremo il problema della crisi in Italia.

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Una protesta di lavoratori precari a Napoli (foto del servizio: Ansa).
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