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Presentato il primo Manifesto italiano del fundraising

Il documento contiene principi rivolti a istituzioni, non profit, donatori. Perché ciascuno possa ottimizzare le proprie azioni, promuovendo il dono come fattore di crescita della collettività.


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Diffondere una nuova cultura della donazione e del finanziamento sociale. È questo l’ obiettivo del primo Manifesto italiano del fundraising, realizzato dalla Scuola di Roma Fund-raising.it e promosso dall’ Istituto italiano della donazione.

Il documento, presentato di recente alla Camera, è frutto del dibattito pubblico realizzato con il progetto Fundraising. Un altro welfare è possibile. Nove i principi contenuti nel manifesto: liberare il fundraising da ostacoli giuridici, fiscali, amministrativi, burocratici (vedi, ad esempio, il fatto che le onlus ricevano il 5 per mille in media due anni dopo); stabilire criteri per valutare l’ efficienza e l’ efficacia del fundraising; investire sul fundraising affinché abbia un ruolo strategico per il Paese; tutelare i diritti del donatore; garantire una comunicazione e un’ informazione corrette, accessibili, pluraliste; promuovere una nuova cultura della donazione; potenziare la ricerca sul fundraising; stabilire un sistema di controllo della qualità e del rispetto delle regole; valorizzare la dimensione territoriale del non profit. 

Un documento, questo, che si inserisce in un contesto non troppo roseo, almeno stando al parere di Stefano Zamagni, professore di Economia politica all’ Università di Bologna: «In Italia il mercato delle donazioni è al di sotto delle sue potenzialità. Nel nostro Paese vengono donati solo 116 euro all’ anno a testa, in Inghilterra 220 e negli Stati Uniti 750. Negli Usa il 72 per cento delle donazioni proviene dai cittadini, in Italia solo il 58 per cento. Ci vogliono innanzitutto coraggio e fantasia: bisogna individuare quali siano le esigenze del donatore e le sue propensioni. La verità è che non abbiamo escogitato un modello efficace».

«Molto spesso chi dona non è soddisfatto perché non sa come sono stati spesi i suoi soldi. E alcuni scelgono di non fare beneficenza proprio per questo», aggiunge Massimo Coen Cagli, direttore scientifico di Fund-raising.it.

Eppure, anche davanti a queste criticità, il dono deve essere inteso come un fattore di crescita della collettività
. Lo sostiene Edoardo Patriarca, presidente dell’ Istituto italiano della donazione: «Il dono dovrebbe diventare una pratica quotidiana, uno stile di vita da promuovere e incentivare, soprattutto tra le nuove generazioni. Perciò è giunto il momento di dare una dimensione strategica alla raccolta dei fondi». Dal fronte delle associazioni viene, invece, rimarcato il ruolo dello Stato, che «non può, e non deve, sottrarsi alle proprie responsabilità, anche se supportato da un fundraising che funziona».

«Questo manifesto sarà un utile supporto alla scrittura della riforma del terzo settore», afferma il sottosegretario alle Politiche sociali Luigi Bobba. Una legge attesa da anni. Che potrebbe vedere la luce nel 2016. Sempre che non si perda altro tempo. 


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